Raffaele Iaria
Yeshu’a in aramaico, Iesous in greco, Iesus in latino: da queste forme antiche deriva il nome con cui oggi lo conosciamo, Gesù. Il 3 gennaio la Chiesa celebra la memoria del Santissimo Nome di Gesù, richiamando le parole della Lettera ai Filippesi che lo definisce “al di sopra di ogni nome”, davanti al quale ogni ginocchio si piega e ogni lingua proclama la signoria di Cristo.
Il Vangelo di Matteo racconta che fu Giuseppe a imporre il nome al bambino nato da Maria, obbedendo all’annuncio dell’angelo. Come prevedeva la tradizione ebraica, l’ottavo giorno il neonato veniva circonciso e gli veniva dato un nome che spesso conteneva un riferimento a Dio. Anche Gesù, pienamente inserito nella storia del suo popolo, riceve un nome che lo colloca nell’alleanza tra Dio e Abramo.
Il Vangelo di Matteo, nel primo capitolo, propone la genealogia di Gesù sottolineando la scansione simbolica delle generazioni: quattordici da Abramo a Davide, quattordici da Davide all’esilio babilonese, quattordici dall’esilio a Cristo. Una struttura che richiama il “libro delle origini” della Genesi e che colloca Gesù nel solco della promessa messianica attesa da tutte le genti.
Il Nuovo Testamento presenta il nome di Gesù come fonte di salvezza. Negli Atti degli Apostoli, Pietro e Giovanni guariscono uno storpio “nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno”, segno che la potenza del Risorto continua ad agire nella storia. La predicazione apostolica ribadisce che chi crede e invoca quel nome non sarà deluso.
Tra i principali promotori della devozione al Nome di Gesù spicca san Bernardino da Siena. Il frate francescano rilanciò l’uso del trigramma IHS – le prime tre lettere del nome di Gesù in greco – inserendolo in un sole raggiante a dodici punte, simbolo della luce di Cristo che si diffonde attraverso gli apostoli e la Chiesa. Quel segno divenne il suo emblema e, in seguito, anche quello della famiglia francescana.
La tradizione francescana custodisce anche la testimonianza di san Francesco d’Assisi, che nutriva una particolare tenerezza per il nome di Gesù. Le Fonti raccontano che lo pronunciava con affetto quasi infantile, come se ne assaporasse la dolcezza, chiamando Cristo “il Bambino di Betlemme”.
Nel 1530 papa Clemente VII autorizzò i francescani a recitare l’Ufficio del Santo Nome di Gesù. La Compagnia di Gesù adottò il trigramma IHS come proprio emblema, contribuendo a diffonderne il culto. La memoria liturgica venne estesa a tutta la Chiesa nel 1721 da papa Innocenzo XIII, soppressa negli anni Settanta del Novecento e poi reinserita da san Giovanni Paolo II nel Martirologio Romano al 3 gennaio.
