Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

Situata su un’altura a 472 metri sul livello del mare, Terravecchia sorse nell’Alto Medioevo e fu per lungo tempo asservita agli Angioini, in quel lungo periodo di decadimento del meridione in generale e della Calabria in particolare, che si protrasse per secoli.

          Terravecchia entra a far parte della Contea dei Cariati e ne segue le vicende feudali. Appartenne, quindi, ai Sangiorgio, ai Ruffo, ai Sanseverino, ai Coscinelli e agli Spinelli che la tennero fino all’eversione della feudalità (1806).

          Dal punto di vista religioso ha fatto parte, sin dalla sua elevazione a sede vescovile (1437), della Diocesi di Cariati e ne ha seguite le sorti fino alle ultime vicende, cioè la nascita, nel 1987, della nuova Archidiocesi di Rossano-Cariati.

          Mons. Maurizio Ricci, Vescovo di Cariati – Cerenzia, nella Relazione “ad limina” del 1621 scrisse che Terravecchia “farà 700 anime” ed è “molto mal servita perché si pretende che quella cura d’anime sia unita all’Archidiocanato di Cariati qual mette per sostituto quando l’uno quando l’altro et per spendere poco vi manda preti come lo trova”.

          Lo storico Luigi Renzo ci informa che a Terravecchia esistevano due confraternite laicali, una dedicata al Sacramento e l’altra alla  Santa Maria delle Grazie.

          Le due confraternite sono menzionate da Mons. Filippo Gesualdi, Vescovo di Cariati-Cerenzia, nella Relazione “ad limina” del 1605.

          La Confraternita dedicata a Santa Maria delle Grazie ottenne un’indulgenza per determinate feste mariane[1]

          Nel 1861, anno dell’Unità d’Italia, la nostra regione si presentava in uno stato di arretratezza totale, priva com’era di strade, porti e ferrovie, con una popolazione in larghissima misura analfabeta e flagellata dalla malaria.

          In questo quadro di desolazione e miseria, ebbe inizio, anche a Terravecchia, il grande esodo migratorio verso le Americhe (gli Stati Uniti, ma anche il Brasile e l’Argentina e, in misura minore, il Venezuela) e l’Australia di tanti contadini in cerca di terre vergini da coltivare, mentre i piccoli artigiani che non riuscivano più a sostenere le famiglie scelsero mete più vicine, come la Germania, il Belgio e la Francia, adattandosi spesso al duro lavoro nelle miniere di carbone.

          Per tutto questo periodo, Terravecchia fu unita come frazione al comune di Cariati, dopo una breve parentesi (1807-1808) in cui fu aggregata al comune di Scala Coeli).

          Bisognò attendere il 1921 (Legge n. 495 del 14 aprile) perché Terravecchia divenisse comune autonomo, anche se solamente nel maggio 1923 le vennero assegnate definitivamente le terre che ancora oggi ne costituiscono i confini.

          Nel 1906, e precisamente il 16 luglio, l’allora vescovo di Cariati, Mons. Lorenzo Chieppa, depose la prima pietra dell’attuale chiesa parrocchiale.

          Questa data è particolarmente significativa, perché coincide con quella in cui si festeggia la Beata Vergine del Carmelo, a cui pure è dedicato l’altare maggiore della chiesa e ne testimonia la particolare devozione mariana che Terravecchia ha sempre dimostrato, tant’è che, con delibera del Consiglio Comunale del 4 ottobre 1991, viene ufficialmente riconosciuta la ricorrenza del Martedì dopo Pasqua in cui si festeggia la Patrona e Protettrice della comunità di Terravecchia.

          La tradizione e la fede per la Madonna del Monte Carmelo ha radici profonde, come sottolinea con particolare evidenza Mauro Santoro in un recente saggio su questo comune[2].

          La tradizione vuole la festa legata ad un evento miracoloso avvenuto molti secoli addietro, quando la Madonna sarebbe apparsa, col Bambino Gesù in braccio ed un lancia nella mano libera, ad uccidere un feroce serpente ( un drago, secondo un’altra versione) che infestava la zona uccidendo e divorando i passanti.

          Per ricordare il fatto i terravecchiesi costruirono in quei luoghi un’edicola votiva con l’immagine della Vergine recante il Bambin Gesù; probabilmente agli inizi del XVII secolo, l’edicola fu inglobata all’interno di una chiesa rurale intitolata successivamente a Santa Maria.

          Col tempo si prese l’abitudine di portare in processione il simulacro della Madonna dalla chiesa parrocchiale per le vie del paese fino la santuario di Santa Maria.

La processione ha luogo la mattina successiva il Lunedì dell’Angelo. Dopo la Messa, la statua della Madonna viene collocata e fissata sul piedistallo ligneo usato per la processione. Sul capo della Vergine e del Bambino vengono poste le corone d’argento, gli ori ed i gioielli donati da quanti hanno fatto voto alla Beata Vergine Maria. Quando la statua è fatta uscire a spalla dalla chiesa, preceduta dalla croce di Cristo, e seguita dallo stendardo in tessuto bianco, ornato da ricami d’oro, donato dagli emigrati in Germania, su cui è raffigurata l’immagine della Madonna. L’uscita dalla chiesa parrocchiale è salutata col lancio di fuochi d’artificio, mentre è ormai persa la tradizione di far levare in volo una mongolfiera costruita dagli artigiani del posto[3].

          Lungo l’itinerario della processione le strade sono addobbate a festa: dai balconi e dalle finestre pendono coperte e arazzi di un artigianato un tempo fiorente.

Il corteo si snoda lungo le vie principali del paese, fino ad arrivare al santuario, dopo aver fatto sosta in via San Leonardo, dove si ferma per essere salutata dai fuochi d’artificio, che ad uno squillo di tromba esplodono in girandole di colori e cascate di fiamma per allietare la festa.

          Nei giorni che seguono, dal Mercoledì al Sabato, il pellegrinaggio dei fedeli continua.

          Nella mattinata del Sabato è poi usanza pranzare nei campi e rimanere nei luoghi dove la leggenda vuole che la Madonna abbia trionfato.

          In paese iniziano gli incanti di quanto la gente ha offerto nei giorni precedenti: animali, oggetti di artigianato ed altro.

          La Domenica in albis si riporta il simulacro della Vergine nella chiesa parrocchiale.


[1] L. Renzo, Archidiocesi di Rossano-Cariati.  Lineamenti di storia, Studio Zeta, Rossano, 1990; cfr. F. Russo, Regesto Vaticano, VI, n. 280040 del 18 settembre 1618.

[2] Mauro Santoro, Terravecchia, Il Martedì dopo Pasqua, Fede e Devozione per la Beata Vergine del Monte Carmelo, 1992.

[3] Mauro Santoro, op. cit.