Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –


“Quanto stiamo per rivivere ha in sé la forza di trasformare ciò che l’orgoglio umano tende in genere a irrigidire: la nostra identità, il nostro posto nel mondo. La libertà di Gesù cambia il cuore, cura le ferite, profuma e fa brillare i nostri volti, riconcilia e raduna, perdona e risuscita”. Lo ha detto questa mattina nella Basilica vaticana papa Leone XIV durante la messa crismale, la prima dalla sua elezione. Il Pontefice ha voluto riflettere con i sacerdoti sulla missione a “cui Dio ci consacra come suo popolo. È la missione cristiana, la stessa di Gesù, non un’altra. Ad essa ciascuno partecipa secondo la propria vocazione e in una personalissima obbedienza alla voce dello Spirito, mai però senza gli altri, mai trascurando o rompendo la comunione! Vescovi e presbiteri, rinnovando le nostre promesse, siamo a servizio di un popolo missionario. Siamo con tutti i battezzati il Corpo di Cristo, unti dal suo Spirito di libertà e di consolazione, Spirito di profezia e di unità.

Per il Papa nell’ora della Pasqua “diventa definitivamente chiaro che Dio consacra per inviare. ‘Mi ha mandato’ dice Gesù, descrivendo quel movimento che lega il suo Corpo ai poveri, ai prigionieri, a chi brancola nel buio e a chi si trova oppresso. E noi, membra del suo Corpo, chiamiamo ‘apostolica’ una Chiesa inviata, sospinta oltre sé stessa, consacrata a Dio nel servizio delle sue creature”. “Sappiamo – ha quindi aggiunto – che essere mandati comporta, per prima cosa, un distacco, ovvero il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo, per inoltrarsi nel nuovo”. Gesù “si muove ‘secondo il suo solito’ ma per inaugurare un tempo nuovo. Dovrà ora partire definitivamente da quel villaggio, affinché maturi ciò che vi è germogliato, sabato dopo sabato, nell’ascolto fedele della Parola di Dio. Ugualmente chiamerà altri a partire, a rischiare, perché nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana”, ha spiegato Leone XIV commentando il Vangelo del giorno. “La nostra dignità di figli e figlie di Dio non può esserci tolta, né andare perduta, ma nemmeno gli affetti, i luoghi, le esperienze all’origine della nostra vita possono essere cancellati. Siamo – ha etto il Papa – eredi di tanto bene e insieme dei limiti di una storia in cui il Vangelo deve portare luce e salvezza, perdono e guarigione. Così, non c’è missione senza riconciliazione con le nostre origini, coi doni e i limiti della formazione ricevuta; ma, allo stesso tempo, non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio. Siamo il Corpo di Cristo se andiamo avanti, facendo i conti col passato senza venirne imprigionati: tutto si ritrova e si moltiplica se prima è lasciato andare, senza paura. È un primo segreto della missione. E non lo si sperimenta una volta sola, ma in ogni ripartenza, ad ogni ulteriore invio”.
Per il papa l’amore “è vero soltanto se disarmato, ha bisogno di pochi ingombri, di nessuna ostentazione, custodisce delicatamente debolezza e nudità. Fatichiamo a buttarci in una missione così esposta, eppure non c’è ‘lieto annuncio ai poveri’ se andiamo a loro coi segni del potere, né vi è autentica liberazione se non diventiamo liberi dal possesso. Tocchiamo qui un secondo segreto della missione cristiana. Dopo quella del distacco vi è la legge dell’ incontro. Sappiamo che nel corso della storia la missione è stata non di rado stravolta da logiche di dominio, del tutto estranee alla via di Gesù Cristo”. Oggi è “prioritario” ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico “il bene può venire dalla prevaricazione. I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. È la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione. La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna”. “Siamo ospiti: lo siamo – ha etto il Papa – come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista”. Questo avviene “solo se nella Chiesa camminiamo insieme, se la missione non è avventura eroica di qualcuno, ma testimonianza viva di un Corpo dalle molte membra”. Per il Papa c’è poi un’altra dimensione, “la più radicale forse, della missione cristiana. Si manifesta già nella violenta reazione degli abitanti di Nazaret alla parola di Gesù la drammatica possibilità dell’incomprensione e del rifiuto: ‘All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù’. Sebbene la lettura liturgica abbia omesso questa parte, quanto ci apprestiamo a celebrare da stasera ci impegna a non fuggire, ma a ‘passare in mezzo’ alla prova, come Gesù, il quale, ‘passando in mezzo a loro, si mise in cammino’. La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova”. Quante risurrezioni “anche a noi è dato sperimentare, quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra! Nella vita, possiamo attraversare situazioni in cui tutto pare finito. Ci chiediamo allora se la missione sia stata inutile. È vero: a differenza di Gesù, noi viviamo anche fallimenti che dipendono dall’insufficienza nostra o altrui, spesso da un groviglio di responsabilità, di luci e ombre. Ma possiamo fare nostra la speranza di molti testimoni”. Il papa cita quindi il Vescovo Óscar Romero ucciso mentre celerava la messa, che nel suo quaderno annotava: “Il nunzio di Costa Rica mi ha messo in guardia da un pericolo imminente proprio in questa settimana… Le circostanze impreviste si affronteranno con la grazia di Dio. Gesù Cristo aiutò i martiri e, se ce ne sarà bisogno, lo sentirò molto vicino quando gli affiderò il mio ultimo respiro. Ma, più dell’ultimo istante di vita, conta dargli tutta la vita e vivere per Lui… Mi basta, per essere felice e fiducioso, sapere con certezza che in Lui è la mia vita e la mia morte; che, nonostante i miei peccati, in Lui ho riposto la mia fiducia e non resterò confuso, e altri proseguiranno, con più saggezza e santità, il lavoro per la Chiesa e per la patria”. “I santi – ha detto il Papa – fanno la storia. È questo il messaggio dell’Apocalisse. In quest’ora “oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte. Rinnoviamo il nostro ‘sì’ – ha concluso – questa missione che ci chiede unità e che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di paura! Noi annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.