Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

La visita di Papa Leone XIV a Pompei e Napoli, ieri, nel primo anniversario della sua elezione, è stata molto più di una tappa pastorale. È stata una dichiarazione di metodo. Un modo di governare la Chiesa – e di leggere il mondo – che in dodici mesi ha preso forma silenziosamente, senza clamori, ma con una coerenza che ieri è apparsa in tutta la sua chiarezza.

A Pompei, davanti ai ventimila fedeli radunati in piazza Bartolo Longo, il Papa ha ripetuto le parole che un anno fa, affacciandosi dalla Loggia delle Benedizioni, avevano definito il suo programma: “La pace sia con voi”. E ieri, come allora, la pace non è stata evocata come un’astrazione, ma come un’urgenza concreta: “Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono”.

La scelta di iniziare da Pompei la sua visita non è casuale. Qui papa Leone XIV ha voluto “ricollocare”, nel suo primo anniversario, il suo pontificato sotto la protezione della Vergine del Rosario, ricordando che “esattamente un anno fa” la sua elezione coincideva con la Supplica alla Madonna di Pompei. Un gesto simbolico, ma anche una dichiarazione di continuità con la tradizione spirituale della Chiesa, in un tempo in cui tutto sembra chiedere risposte immediate e politiche.

Leone XIV ha insistito su due temi di “di pressante attualità”: la famiglia e la pace. È un binomio che attraversa tutto il suo primo anno di pontificato, come ricorda oggi anche qualche osservatore: un’agenda fatta di diplomazia silenziosa, di tentativi di mediazione “dietro le quinte”, di appelli non gridati ma costanti.

Da Pompei a Napoli. E se Pompei è stata la cornice spirituale, Napoli è stata lo specchio sociale. Qui infatti, come ha anche ricordato il card. Domenico Battaglia e alcune delle testimonianze in piazza Plebiscito, al centro è stata proprio la situazione sociale della città partenopea.  La piazza principale di Napoli ha ospitato, ieri, oltre cinquantamila persone e Leone XIV ha voluto mostrare la parte più pastorale – e più politica – del suo pontificato. Ha citato Pino Daniele, ha sorriso ai bambini, ha accettato una pizza da un pizzaiolo, ma poi ha affondato lo sguardo nelle contraddizioni della città: “Napoli vive un drammatico paradosso: alla crescita dei turisti non corrisponde un dinamismo economico capace di coinvolgere davvero l’intera comunità sociale”, ha detto: “la presenza e l’azione dello Stato è più che mai necessaria per dare sicurezza e fiducia ai cittadini e togliere spazio alla malavita organizzata”. Parole nette, che hanno trovato eco nell’appello del cardinale Battaglia: “La camorra non uccide solo se spara, ma anche con menzogne, denaro e false promesse”.

E nel primo anniversario di pontificato possiamo evidenziare alcuni tratti emersi a partire da non ricerca di isibilità ma di risultati, nomine significative in Curia e nelle diocesi e l’attenzione alle periferie, non come slogan ma come luoghi concreti di sofferenza e di riscatto come insehna la sua storia. Un papa che non divide, che non cerca lo scontro. Papa Leone XIV, come si è visto soprattutto in questi ultimi giorni, non si sottrae. A Trump, che lo ha accusato di essere “filo-iraniano” ha risposto, nel suo stile mite che “se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità”. E ieri a Napoli quando ha chiesto alla città di non rassegnarsi, di non diventare una “cartolina”, di non accettare la logica della violenza come destino. E poi nella sua frase che ha aperto il pontificato e ripetuta in varie occasioni: “La pace nasce dentro il cuore”. Una frase che può sembrare disarmante, ma che in realtà è profondamente politica: perché sposta il baricentro dal potere alla coscienza, dalla forza al discernimento, dalla reazione alla responsabilità.

Quindi un primo anno di pontificato determinato. Un anno non spettacolare o rivoluzionario. E neppure un anno mediatico. E’ stato un anno di costruzione lenta, di cuciture, di ascolto, di equilibrio durante il quale Leone XIV ha scelto di non essere protagonista. 

A Napoli, città dei mille colori e delle mille ferite, questo stile è apparso in tutta la sua forza: un pontificato che non urla, non tace, non impone, non arretra, non divide, non si illude. È forse qui, tra il calore popolare e le contraddizioni di una metropoli che vive sospesa tra bellezza e ferite antiche, che Leone XIV ha mostrato la cifra più autentica del suo primo anno: la capacità di tenere insieme fermezza e mitezza, ascolto e decisione, tradizione e riforma.

Napoli, ma anche Pompei, gli ha restituito un abbraccio che non è solo affetto, ma riconoscimento. Perché in un tempo in cui la politica alza i toni e la società si polarizza, il Papa americano sceglie la via più difficile: quella della pazienza, della ricucitura, della pace come stile prima ancora che come obiettivo. E lo fa senza cedere alla tentazione dell’ambiguità: quando parla di camorra, di disuguaglianze, di periferie esistenziali, le sue parole sono nette; quando richiama lo Stato alle sue responsabilità, non usa perifrasi; quando invoca la pace, non la riduce a slogan, quando parla non cerca di occupare spazio. E Napoli, con la sua umanità traboccante e le sue contraddizioni irrisolte, è stata il luogo ideale per mostrarlo.