Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Nel Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, papa Leone XIV consegna alla Chiesa e al mondo un testo di forte intensità antropologica, attraversato da un filo rosso che unisce teologia, cultura digitale e responsabilità sociale. Il Papa parte da un’immagine semplice e radicale: il volto e la voce. Sono, scrive, “tratti unici, distintivi, di ogni persona”, elementi che rivelano l’identità e rendono possibile l’incontro.

Il Pontefice ricorda che queste due dimensioni non sono solo caratteristiche biologiche, ma luoghi teologici: “Volto e voce sono sacri”, perché donati da Dio stesso, che ha scelto di comunicarsi attraverso la Parola fatta carne. Il riferimento alla tradizione patristica – “Dio è amore e fonte di amore: il divino Creatore ha messo anche questo tratto sul nostro volto” – colloca la comunicazione nel cuore della vocazione umana.

Il Papa non si limita a una riflessione spirituale. Entra nel vivo della trasformazione digitale, riconoscendo opportunità e rischi. La sua diagnosi è netta: “La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica”.

L’intelligenza artificiale, osserva, non si limita a generare contenuti: “Simulando voci e volti umani… invade il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”. È qui che il Papa individua il pericolo più grande: la possibilità che la tecnologia sostituisca, anziché servire, la relazione.

Nel messaggio Leone XIV spiega il funzionamento degli algoritmi che governano i social media: “premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione”. Il risultato è una comunicazione impoverita, polarizzata, incapace di ascolto.

Uno dei passaggi più incisivi riguarda la delega del pensiero all’IA. Il Papa mette in guardia da un affidamento ingenuo: “un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come ‘amica’ onnisciente”.

Il rischio, scrive, è quello di “erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative”, trasformando l’uomo in consumatore passivo di contenuti generati da macchine. “Gran parte dell’industria creativa umana – scrive – rischia così di essere smantellata… trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati”.

Il Papa richiama la parabola dei talenti: rinunciare alla creatività significa “seppellire i talenti che abbiamo ricevuto”.

Leone XIV affronta poi un tema delicatissimo: la simulazione delle relazioni umane.

Il Papa descrive la crescente difficoltà nel distinguere tra persone reali e agenti automatizzati: “diventa sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei ‘bot’”.

E avverte: i chatbot “affettuosi”, sempre disponibili, possono diventare “architetti nascosti dei nostri stati emotivi”, invadendo la sfera dell’intimità. È una denuncia che tocca il cuore della comunicazione: senza alterità non c’è relazione, non c’è amicizia, non c’è crescita.

Il Papa parla anche del rischio di distorsione della realtà: “I modelli di IA… possono imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi”. E aggiunge: “Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.

Dopo la diagnosi, il Papa propone una via costruttiva. L’innovazione non va fermata, ma guidata. L’alleanza tra umano e tecnologia – afferma – deve fondarsi su tre pilastri: responsabilità: trasparenza degli algoritmi, tutela della dignità, chiarezza sui contenuti generati dall’IA; cooperazione: nessun settore può affrontare da solo la sfida dell’IA e educazione: alfabetizzazione critica per giovani, adulti e anziani.

Il Papa insiste sulla necessità di proteggere la propria immagine, la propria voce, i propri dati: “per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi”.

E richiama la responsabilità dei media: “L’informazione è un bene pubblico… non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti”.

“Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona”, sottolinea il Pontefice: un

invito a rimettere al centro l’umano, a custodire ciò che nessuna macchina può replicare: la dignità, la relazione, la libertà del pensiero, la verità dell’incontro. Il Papa non chiede di temere il futuro, ma di abitarlo con discernimento, coraggio e responsabilità. Perché la tecnologia può essere alleata, ma solo se l’uomo rimane vigile e consapevole.