Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

Il termine “perdono” porta con sé un equivoco antico: molti lo immaginano come un cedimento, una resa, quasi un modo elegante per evitare di guardare in faccia la verità. Si pensa che significhi lasciar correre, attenuare la gravità di un gesto, o addirittura assolvere chi ha ferito. Ma questa visione è un inganno. Il perdono non è una scorciatoia che aggira la giustizia, né un lasciapassare per chi ha sbagliato. È, piuttosto, una scelta che richiede una fibra morale straordinaria, una forza che non nasce dai muscoli ma dall’anima. È il rifiuto di lasciarsi divorare dal rancore, la decisione di spezzare la spirale della vendetta.

In questi giorni, sfogliando i quotidiani, siamo travolti da racconti di violenza e disperazione. Eppure, se accostiamo la cronaca alla Parola, se leggiamo il dolore con lo sguardo del Vangelo, scopriamo che anche nelle notizie più cupe si aprono spiragli di luce. Ci sono uomini e donne che continuano a procedere anche quando il corpo cede, che avanzano con un passo diverso, quello del cuore.

La prima storia arriva da un luogo che solitamente custodisce dolore e conflitto: il tribunale. Davide Simone Cavallo, 22 anni, è sopravvissuto a un’aggressione feroce, nata per una manciata di euro. Coltellate, botte, un corpo devastato e una vita segnata per sempre. Le sue gambe, simbolo di giovinezza e libertà, sono state tradite dalla brutalità.

Eppure, prima che la giustizia pronunci la sua parola, Davide ne pronuncia una più grande. Chiede di incontrare i due giovani che lo hanno quasi ucciso. Non per accusare, non per recriminare. Il dialogo dura pochi minuti, ma basta a trasformare l’aria dell’aula. Una mano posata sulla spalla, un abbraccio che supera le barriere del reato. Uno degli imputati, in lacrime, gli sussurra: “Potresti essere mio fratello”. Gli avvocati restano senza parole, e uno di loro lo definisce “un ragazzo eccezionale”.

Davide non cancella ciò che è accaduto, ma restituisce dignità a chi l’aveva perduta. È lui, paradossalmente, il primo a rialzarsi: non con le gambe, ma con un cuore che sa ancora avanzare.

La seconda vicenda si svolge in un ospedale di Modena. Anna, turista tedesca di 69 anni, ha perso entrambe le gambe dopo essere stata travolta da un’auto. Una tragedia che potrebbe generare rabbia, amarezza, chiusura. E invece, da quel letto che sembra un confine invalicabile, arrivano parole che sorprendono: “Quello che mi è successo non è colpa dei modenesi, lo so. Anzi, li sto sentendo vicini. Grazie, grazie”.

In questa frase c’è un mondo. C’è la capacità di distinguere la responsabilità individuale dalla bontà di una comunità. C’è la scelta di non trasformare il dolore in ostilità. A questa donna hanno tolto la possibilità di camminare, ma non quella di avanzare verso gli altri. Il suo viaggio continua, sostenuto dalla gratitudine.

Il perdono non riscrive ciò che è stato, ma cambia ciò che sarà. Le storie di Davide e Anna ci ricordano che il “perdono sempre possibile” non è un’utopia per anime perfette, ma un cammino quotidiano, spesso faticoso. Guardare la realtà con gli occhi della fede significa riconoscere che, quando il corpo cede, il cuore può ancora compiere i passi decisivi verso la pace.

Giovanni Paolo II lo aveva espresso con limpidezza: “Offri il perdono e ricevi la pace”. È un percorso che richiede tempo, che attraversa ferite e resistenze, ma che apre orizzonti nuovi. Perdonare non segue la logica della rivalsa, ma quella dell’amore: un amore che Dio riversa su ogni persona, su ogni popolo, su tutta la famiglia umana. È la forza di chi sembra aver perso, ma alla fine è davvero vincitore.