Il vescovo dalle mani bucate nella diocesi che da sempre abbracciava Scala Coeli
Raffaele Iaria –
Nel novantesimo anniversario della sua consacrazione episcopale, la figura di mons. Eugenio Raffaele Faggiano si staglia con una nitidezza nuova, come accade ai pastori che non hanno cercato la scena, ma hanno lasciato un’impronta profonda nella vita delle comunità.
Nato a Salice Salentino nel 1877, cresciuto nella spiritualità severa e ardente dei Passionisti, entrò giovanissimo nella congregazione fondata da san Paolo della Croce, emettendo i voti nel 1894 e ricevendo l’ordinazione sacerdotale nel 1903. La sua formazione, maturata tra Manduria e Laurignano, dove nel 1931 fu nominato maestro dei novizi, gli diede quella fibra interiore che avrebbe portato con sé nella diocesi di Cariati, una Chiesa antica che sin dalle origini comprendeva anche Scala Coeli, parte viva e costitutiva del suo territorio.
Quando il 15 febbraio 1936 giunge la nomina episcopale, la diocesi è reduce da nove anni di sede vacante, segnata dall’abbandono seguito alla fuga del vescovo Caruso. Nessuno immaginava che Roma avrebbe osato inviare un nuovo pastore. E invece, il 19 aprile 1936, nella Collegiata di Manduria, padre Eugenio viene consacrato vescovo. Il suo ingresso a Cariati è ricordato come una vera apoteosi popolare: “c’era tutta Cariati che l’accompagnava”, racconterà anni dopo Luigi Ciccopiedi, descrivendo il vescovo in sella a un cavallo bianco, accolto da fiori, coperte ai balconi, un entusiasmo che contrastava con lo stato miserabile dell’Episcopio, abbandonato da anni, privo persino dell’essenziale. Il nuovo vescovo, con una naturalezza che molti interpretarono come segno di santità, si adattò a dormire spostando il letto per evitare le infiltrazioni di pioggia, finché la casa non divenne almeno abitabile.
Uomo colto ma non appariscente, parlava con tono dimesso, senza ricercare forme letterarie, e proprio per questo arrivava al cuore della gente. Il libro ricorda che “da uomo di grande carità entrò subito nel cuore della gente che lo definì il vescovo dalle mani bucate”. La sua prima visita pastorale, tra il 1938 e il 1939, fu un viaggio dentro la carne viva della diocesi: partì da Cariati e terminò a San Morello, dove arrivò “a dorso di mulo dopo due ore e mezzo di cammino stentato e assai difficile”. In quel paese trovò una situazione di abbandono totale: niente luce, niente acqua, niente medico, niente strada. Nel ciborio, al posto della pisside, una scatola di pastiglie Valda. La tolse “con orrore”, provvide personalmente a una teca, e aprì una sottoscrizione per restaurare la chiesa, versando per primo duecento lire, come raccontava don Pietro Pontieri. Era il suo modo di essere vescovo: diretto, concreto, paterno, incapace di rassegnarsi.
Gli anni del suo episcopato attraversano la guerra e il dopoguerra. Le sue lettere pastorali, scritte tra il 1940 e il 1943, sono pagine di grande intensità spirituale e civile. Nella Quaresima del 1940, alla vigilia dell’ingresso dell’Italia nel conflitto, scrive: “Si grida: Pace, pace…! Ma dov’è la pace? Pax, pax, non erat pax!”. E ancora: “Come vorremmo che tornasse l’iride luminosa della pace”. Non è un linguaggio di propaganda: è il grido di un pastore che vede avanzare l’ora delle tenebre. Nel 1941 richiama i sacerdoti alla responsabilità: “Molti parroci vivono in paese senza conoscere i propri parrocchiani… mentre le anime hanno bisogno di cure speciali”. Nel 1943, davanti allo sterminio e alla distruzione, invita il popolo a gridare come gli apostoli nella tempesta: “Signore, salvaci, siamo in pericolo”.
La diocesi che descrive nella relazione ad limina del 1941 è povera, stanca, segnata da un lungo abbandono: quasi 50 mila abitanti, tutti cattolici, 40 sacerdoti, 22 seminaristi, sette comunità religiose. Mancano preti, mancano mezzi, mancano strade. Eppure, proprio in quegli anni difficili, Faggiano getta i semi di una rinascita: restaura la Cattedrale e l’Episcopio, acquista nel 1937 l’edificio di Perticaro per il Seminario estivo, inaugura una stagione di missioni popolari che raggiungono anche i paesi più remoti, comprese le comunità di Scala Coeli, spesso isolate da strade impervie e stagioni dure. Nel 1954 istituisce i Centri Missionari POA, che diventeranno Centri Sociali Missionari Mobili, dotati di auto‑cappella per portare la Messa dove non c’erano chiese.
Il suo ministero attraversa due epoche politiche: il fascismo e la democrazia del dopoguerra. Di fronte all’avanzata del comunismo ateo, mantiene un atteggiamento di prudenza e preoccupazione, intensificando le missioni per evitare che le famiglie si allontanassero dalla fede. Nel 1951 accoglie a Cariati il ministro Antonio Segni, futuro Presidente della Repubblica, e partecipa alla cerimonia di assegnazione delle terre ai contadini di Melissa. Nel 1953 la diocesi gli si stringe attorno per il cinquantesimo di sacerdozio, celebrato con affetto sincero.
Nel suo Diario, parlando dei paesi più poveri, annota: “Il paese è assolutamente abbandonato… non vi è luce, non vi è acqua, non vi è farmacia…”. Sono righe che rivelano il dolore di un pastore che non si rassegna. Ordinò 19 sacerdoti in vent’anni, amò profondamente il suo clero, come ricorda mons. Maone: “Amore d’un padre, che non risparmia rimproveri quando necessari, ma che è tutto cuore e carità”.
Minato dalla salute, lascia la diocesi il 29 settembre 1956 e si ritira nel convento di Manduria, dove muore il 2 maggio 1960. Le sue spoglie riposano oggi nel santuario della Madonna d’Itria a Cirò Marina. Nel 1987, con una solenne concelebrazione, viene aperta la causa di canonizzazione, conclusa nella fase diocesana nel 1991.
A novant’anni dalla sua consacrazione, il volto di mons. Faggiano resta quello di un vescovo che ha saputo tenere insieme la storia e la fede, la povertà e la dignità, i centri maggiori e i paesi più piccoli. Un pastore che ha amato la sua diocesi senza riserve, raggiungendo ogni comunità — da Cariati a Scala Coeli — con la stessa passione evangelica. Un vescovo che non ha lasciato solo opere, ma un modo di essere Chiesa che ancora oggi interroga e ispira.
