Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

La storia della chiesa di Sant’Antonio di Scala Coeli è una storia che attraversa secoli e che si intreccia con quella dei Frati Minori Conventuali, con la diffusione del francescanesimo nel Mezzogiorno e con la straordinaria forza della devozione a Sant’Antonio di Padova. È una storia che nasce nel Medioevo, si sviluppa tra terremoti, riforme ecclesiastiche, migrazioni e trasformazioni sociali, e che giunge fino ai giorni nostri grazie alla tenacia di una comunità che ha saputo custodire la memoria del proprio patrimonio spirituale.

Quando la chiesa venne costruita, intorno al 1236, la Calabria viveva una stagione di profondi mutamenti. Dopo la dominazione normanna, la regione era entrata stabilmente nell’orbita sveva. Federico II, pur in tensione con il papato, aveva avviato un processo di riorganizzazione amministrativa che favorì indirettamente la diffusione degli ordini mendicanti. I Francescani, giunti in Italia pochi anni dopo la morte di Francesco d’Assisi, trovarono nel Mezzogiorno un terreno fertile per la loro missione: città in crescita, borghi rurali bisognosi di assistenza, una religiosità popolare vivace e un tessuto sociale segnato da profonde disuguaglianze.

La chiesa di Sant’Antonio sorse accanto a un piccolo convento dei Frati Minori Conventuali, uno dei rami dell’Ordine francescano. I Conventuali, a differenza degli Osservanti, privilegiavano una presenza stabile nei centri abitati, con conventi dotati di biblioteche, scuole e spazi per la predicazione. La loro missione era profondamente urbana: portare il Vangelo tra la gente, assistere i poveri, educare i giovani, mediare nei conflitti locali. La loro presenza in Calabria è attestata già nel XIII secolo, con conventi a Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria e Rossano, oltre a numerosi insediamenti minori nelle aree interne[1].

La chiesa di Sant’Antonio, come molte altre strutture religiose calabresi, fu costruita in una zona allora periferica, lungo una traversa dell’antica via Roma. Nel corso dei secoli, l’espansione urbana la inglobò nel centro abitato, ma la sua posizione rimase simbolicamente liminare: un luogo di passaggio, di incontro, di preghiera, ma anche di fragilità. La sua storia è segnata da periodi di vitalità pastorale e da lunghi momenti di abbandono. Le relazioni tecniche del XX secolo attestano gravi danni strutturali: lesioni ai muri, crolli del tetto, pavimenti sconnessi, altari deteriorati. La chiesa venne chiusa e lasciata al suo destino per mancanza di risorse economiche[2].

Eppure, la memoria del luogo non si spense. La devozione a Sant’Antonio, profondamente radicata nella cultura calabrese, continuò a vivere nelle famiglie, nelle confraternite, nelle tradizioni popolari. Sant’Antonio di Padova è uno dei santi più amati d’Italia. La sua fama si diffuse rapidamente dopo la morte, avvenuta nel 1231, e la canonizzazione fulminea del 1232 ne fece un simbolo di santità vicina al popolo. La sua predicazione, la difesa dei poveri, i miracoli attribuiti alla sua intercessione alimentarono un culto che attraversò l’Europa e giunse in Calabria attraverso i conventi francescani[3].

In Calabria, la devozione antoniana assunse forme particolarmente intense. Il Santo divenne patrono dei contadini, degli artigiani, delle famiglie, dei bambini. Le sue immagini erano presenti nelle case, nei campi, nelle barche dei pescatori. La Tredicina, i tredici giorni di preghiera che precedono la festa del 13 giugno, divenne un appuntamento irrinunciabile per intere comunità. Processioni, offerte votive, canti popolari, ex voto in cera o in argento testimoniavano una fede semplice ma profonda, capace di attraversare generazioni e migrazioni.

La chiesa di Sant’Antonio, pur chiusa e in rovina, rimase un punto di riferimento simbolico. Negli anni Sessanta del Novecento, quando la relazione del Genio Civile ne certificò il degrado, sembrava che l’edificio fosse destinato alla scomparsa. Ma la storia prese una direzione diversa grazie all’iniziativa di un uomo, Claudio Trovato, rientrato dagli Stati Uniti. Come molti emigrati calabresi, Trovato aveva mantenuto un legame profondo con il paese d’origine e con le sue tradizioni religiose. La devozione a Sant’Antonio, portata con sé oltre l’oceano, divenne il motore di un progetto di rinascita[4].

Trovato formò un comitato, coinvolse emigrati e residenti, organizzò raccolte fondi e “collette” tra i concittadini nati in America. La diaspora calabrese, spesso protagonista silenziosa della storia dei paesi d’origine, si rivelò ancora una volta determinante. Grazie a queste iniziative, fu possibile restaurare la struttura, ricostruire l’altare, dotare la chiesa di banchi e arredi liturgici. La statua del Santo, che nel frattempo era stata trasferita nella Chiesa Matrice, tornò nella sua sede originaria. La comunità riprese a celebrare la Tredicina nel luogo naturale della devozione antoniana[5].

Questa rinascita non fu solo un intervento edilizio, ma un atto di memoria collettiva. La chiesa tornò a essere un luogo di incontro, di preghiera, di identità. La sua storia recente testimonia la capacità delle comunità calabresi di custodire e rigenerare il proprio patrimonio spirituale, anche in assenza di risorse istituzionali. È un esempio di resilienza culturale, di partecipazione popolare, di continuità tra passato e presente.

La presenza dei Frati Minori Conventuali in Calabria, pur ridimensionata rispetto al Medioevo, continua a essere significativa. I conventi superstiti custodiscono archivi, biblioteche, opere d’arte, ma soprattutto mantengono viva una tradizione di predicazione, assistenza e vicinanza al popolo. La loro storia si intreccia con quella delle comunità locali, dei santuari, delle feste religiose, delle confraternite. La chiesa di Sant’Antonio, pur non essendo più sede conventuale, conserva l’impronta spirituale dei Conventuali: la semplicità architettonica, la centralità dell’altare, la dimensione comunitaria della preghiera.

La devozione antoniana, oggi come ieri, continua a essere un elemento identitario della Calabria. Le processioni del 13 giugno, le Tredicine, gli ex voto, le feste patronali rappresentano non solo momenti religiosi, ma anche occasioni di coesione sociale. In un territorio segnato da spopolamento, migrazioni e trasformazioni economiche, la figura di Sant’Antonio rimane un punto di riferimento stabile, un simbolo di protezione e di speranza.

La storia della chiesa di Sant’Antonio, dunque, non è solo la storia di un edificio. È la storia di un territorio, di un ordine religioso, di una devozione popolare, di una comunità che ha saputo resistere al tempo e alle difficoltà. È una storia che parla di radici e di futuro, di memoria e di identità, di fede e di partecipazione. È una storia che continua, perché la devozione, come la pietra, può essere restaurata, ma non si spezza. Un articolo pubblicato da “Calabria Letteraria” qualche decennio fa descriveva la festa di Sant’Antonio a Scala Coeli con un realismo affettuoso, quasi cinematografico. La vigilia è un fermento: “Sin dalla vigilia il lavoro s’interrompe e, nelle case, è tutt’una serie di preparativi per pulirle, rassettarle, renderle più gradite ai forestieri che bisogna ospitare” . Le strade si riempivano di rumori, voci, venditori ambulanti, bambini in festa. Un paese che si risvegliava, che si vestiva a festa, che si riconosceva  comunità.

La musica della banda, il vociare dei mercanti, il profumo delle fritture e dei dolci tradizionali creavano un’atmosfera che apparteneva alla memoria collettiva. La festa era anche un ritorno: gli emigrati, come per Natale, tornavano per ritrovare radici e affetti.

Il momento culminante era la processione. Il giornale la descrive con un’intensità che restituisce la partecipazione popolare “Il dì della festa, poi, il delirio del villaggio è indicibile. Il santo vien portato in processione solenne per il paese e quasi tutti gli fan dono di carte monetate, appiccicandole con spilli ad apposite trine, mentre le donne cantono a coro le lodi con inni dolcissimi e suadenti. Il gesto delle offerte – le banconote appuntate sulla statua – era  un rito antico, un modo per affidare al santo speranze, ringraziamenti, promesse. La processione un fiume umano: uomini, donne, bambini, emigrati tornati per l’occasione, tutti uniti da un sentimento che supera la religione e diventava identità.

Nel pomeriggio, un altro momento tradizionale: l’incanto dei doni. “Si mettono all’incanto i doni della natura, offerti al patrono: vitelli, galli, capretti, latticini e fritture (maj), sapientemente disposte a canocchia in cima ad un palo”, scrive il giornale . Un rito arcaico, comunitario, che trasformava il lavoro dei campi in offerta sacra. Il ricavato serviva a sostenere le spese della festa, ma soprattutto rinsaldava il legame tra fede e vita quotidiana.

Achille Maiorano, nel 1921, compose un Inno a Sant’Antonio di Padova che ancora oggi viene cantato con commozione. L’incipit è un piccolo gioiello di devozione popolare: “Eccolo, o prodigioso, Santo dei Santi, a Te dinanzi prono, un popolo fiducioso…”.  L’inno è una supplica collettiva, una preghiera che nasce dal cuore di un popolo semplice ma profondamente religioso. Maiorano dà voce alle paure, alle speranze, alle fragilità della sua gente: “Gravano ne la vita tristi momenti… Riaccendi Tu la vita Fede nel cor risorto!”.  È una poesia che diventa liturgia, una liturgia che diventava identità.

A Scala Coeli, Sant’Antonio non è solo il patrono: è un simbolo di continuità, un custode di comunità, un volto familiare che accompagna la vita quotidiana. La sua festa è un microcosmo della Calabria più autentica: quella che sa essere povera e generosa, semplice e profonda, nostalgica e tenace.

E tra gli scalesi ovunque residenti questa festa non è soltanto raccontata: è rivissuta, respirata, amata. E continua, anno dopo anno, a essere un momento in cui il paese si riconosce, si ritrova, si rinnova…anche a distanza…


[1] Sulla presenza dei Conventuali in Calabria nel XIII secolo si vedano: G. Miceli, Il francescanesimo in Calabria, Cosenza 1998; A. V. Cappelli, I Minori Conventuali nel Mezzogiorno medievale, Napoli 2004.

[2] Relazione del Genio Civile di Cosenza, 22 febbraio 1960, n. 28743. Cfr. Enrico Iemboli, Scala Coeli. Storia, costumi e tradizioni, Ferrari editore, 2009

[3] Per la diffusione del culto antoniano in Italia: A. Ghinato, Sant’Antonio di Padova nella storia e nella devozione, Padova 1981.

[4] E. Iemboli, Scala Coeli. Storia, costumi e tradizioni, Ferrari editore, 2009. R. Iaria, Scala Coeli. Appunti per una storia, Centro Culturale degli Artisti, 1994

[5] Testimonianze orali raccolte presso la comunità locale e documentazione parrocchiale