Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

La storia di Marcinelle continua a parlare all’Europa. L’8 agosto 1956, nella miniera del Bois du Cazier, un incendio nel sistema di aerazione trasformò i livelli sotterranei in un inferno di fumo e calore. In poche ore, 262 minatori persero la vita, di cui 136 italiani: uomini giovani, spesso provenienti da province agricole del Nord e del Sud, partiti con la speranza di un futuro migliore. Quel giorno, alle 8.10, la vita di centinaia di famiglie cambiò per sempre e l’Italia fu costretta a guardare in faccia la realtà della propria emigrazione, fatta di sacrifici, di lavoro duro, di speranze e di dolore.

Marcinelle non è soltanto una tragedia: è uno specchio della storia nazionale. Come ha ricordato lo storico Toni Ricciardi in una mia intervista per l’agenzia SIR, l’Italia del dopoguerra si è costruita anche grazie ai suoi emigranti. L’accordo del 23 giugno 1946 con il Belgio – “uomini in cambio di carbone” – fu uno dei pilastri della neonata Repubblica, rivelando continuità con politiche migratorie precedenti e mostrando le contraddizioni di un Paese che, per sostenere la propria crescita, inviava braccia all’estero. Marcinelle diventa così un luogo della memoria italiana ed europea, capace di interrogare il presente: cosa significa oggi costruire società fondate sul lavoro? Quale responsabilità abbiamo verso chi migra per necessità?

Negli anni, la tragedia è diventata un riferimento condiviso. L’Italia celebra ogni 8 agosto la Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, istituita nel 2001 proprio per ricordare Marcinelle. E la dimensione europea si è rafforzata: la Commissione UE ha proposto di istituire una Giornata europea delle vittime del lavoro, da celebrare proprio l’8 agosto. Don Claudio Visconti, impegnato nella pastorale degli italiani a Bruxelles, in un mio articolo per il SIR ha sottolineato come quel dramma abbia cambiato lo sguardo dei belgi sugli italiani: prima erano semplici braccia, dopo Marcinelle furono riconosciuti come persone. La memoria, dunque, non è solo commemorazione: è un ponte che unisce popoli, un richiamo alla dignità del lavoro e alla sicurezza per ogni lavoratore.

1956 – strage di minatori italiani a Marcinelle (Belgio)

La voce dei minatori, raccolta negli anni da figure come mons. Giovanni Battista Bettoni, racconta un mondo che non esiste più ma che continua a interrogare. Il lavoro in miniera era una condizione esistenziale: laggiù si diventava un corpo solo, il nero della polvere cancellava le differenze e lasciava visibili solo i denti bianchi. In quella oscurità nasceva una fraternità fatta di cura reciproca e consapevolezza che la vita dell’altro dipendeva anche da te. Molti minatori, negli anni successivi hanno pagato il prezzo della silicosi: camminavano lentamente, come se ogni passo fosse un debito pagato alla polvere respirata per decenni. Accanto a loro, un ruolo decisivo lo ebbero le Missioni cattoliche italiane, luoghi di fede e di sostegno sociale, linguistico, culturale: vere case per chi aveva lasciato tutto.

La commemorazione annuale al Bois du Cazier mantiene viva questa memoria. I 262 rintocchi della campana Maria Mater Orphanorum, la preghiera interreligiosa, la deposizione dei fiori: gesti che ricordano come il bilancio di Marcinelle abbia listato a lutto 32 province italiane, da Agrigento a Udine, da Avellino a Bergamo. Alcuni corpi non furono mai ritrovati, come quello di Attilio Dassogno, originario di Berbenno. La tragedia è diventata un simbolo del sacrificio dei lavoratori italiani all’estero e un monito per le istituzioni: la sicurezza sul lavoro non è mai un tema del passato.

Oggi Marcinelle è un luogo della memoria e un richiamo alla responsabilità. In un’Europa che discute di migrazioni, lavoro, diritti e sicurezza, la tragedia del 1956 ricorda che ogni vita vale più del carbone, più del profitto, più delle logiche economiche. Ricorda che la storia dell’Italia è anche storia di emigrazione, di sacrifici, di speranze. Ricorda che la dignità del lavoro è un valore non negoziabile. E ricorda che la memoria, quando è viva, può diventare un motore di cambiamento.