Raffaele Iaria
Mancano tre settimane alla Pasqua, eppure il mondo attorno sembra non accorgersene. Nessuna luce accesa, nessun segno sulle case, nessuna atmosfera particolare nelle strade. Solo qualche pubblicità di colombe e uova di cioccolato ricorda che il calendario sta avanzando. Se ci affidassimo solo a ciò che appare, potremmo pensare che la Pasqua sia poco più di una stagione commerciale o, peggio, che non abbia alcun peso reale nella vita delle persone.
Ma forse proprio questa assenza di segni esterni è un invito. La Quaresima non è il tempo delle luminarie: è il tempo in cui si scende dentro di sé. È il momento in cui si lascia cadere ciò che ingombra, ciò che distrae, ciò che copre il necessario con il superfluo. È un lavoro nascosto, come la radice che cresce sotto terra prima che la pianta spunti alla luce.
Chi in queste settimane ha detto “non ho tempo”, chi ha rinunciato a un percorso spirituale o alla Messa domenicale, rischia di convincersi che, in fondo, non cambi nulla. Da qui nasce quella sottile paura di assumersi responsabilità che vadano oltre il minimo indispensabile. Io credo invece che tutto può cambiare, ma solo se qualcosa cambia prima dentro di noi. E questo cambiamento non nasce dalla sola forza di volontà: è la Grazia che irrompe, apre lo sguardo, allarga l’orizzonte e ci fa intuire il disegno di Dio sulla nostra vita e sulla storia.
Tre settimane sono ancora un tempo prezioso. Un tempo sufficiente per lasciare che la luce di Cristo attraversi le nostre fragilità. Il male non accade da solo: passa sempre attraverso scelte umane. E non parliamo di peccati banali o di qualche dolce di troppo, ma di ciò che ferisce davvero la vita. La vera riconciliazione è possibile perché la misericordia del Signore non si ferma davanti al passato: i peccati confessati vengono perdonati. Il vero penitente non è chi si sente perfetto, ma chi non vuole più vivere nel peccato. È il perdono che dà il coraggio di dire no al male.
Non si trova la luce dove regna la tenebra, né la verità dove domina la menzogna. Non servono fughe, strategie complicate o soluzioni fai-da-te. Serve un cuore aperto. Serve lasciarsi raggiungere da Cristo che si fa vicino, che non teme la nostra povertà e che, nella sua misericordia, può guarire ciò che da soli non riusciamo a sanare.
