Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

L’immagine della Madonna, Regina della Pace  – proveniente dalla parrocchia romana di Monteverde – collocata sull’altare della Basilica di San Pietro ha accolto, questo pomeriggio, i fedeli come un silenzioso invito alla fiducia. È davanti allo sguardo della Madre che papa Leone XIV ha voluto lanciare un nuovo appello alla pace, ricordando che “non è un’utopia”. “Oggi più che mai –  ha detto – occorre mostrare che la pace non è un’utopia”.

Nel giorno dell’anniversario della Pacem in terris, l’enciclica di Govanni XXIII, firmata l’11 aprile 1962, il Pontefice intreccia il proprio magistero a quello dei predecessori, ricordando che la preghiera “non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge!”.

La Basilica vaticana è gremita, così come piazza San Pietro, dove migliaia di persone seguono la recita del Rosario e la preghiera in Basilica attraverso i maxischermi. Il Rosario, accompagnato dalle meditazioni dei Padri della Chiesa, diventa il preludio alla nuova invocazione che Leone XIV consegna al mondo, una supplica che nasce dal cuore della Pasqua: “Signore Gesù, tu hai vinto la morte senza armi né violenza: hai dissolto il suo potere con la forza della pace. Donaci la tua pace, come alle donne incerte nel mattino di Pasqua, come ai discepoli nascosti e spaventati. Manda il tuo Spirito, respiro che dà vita, che riconcilia, che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici. Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre, che col cuore straziato stava sotto la tua croce, salda nella fede che saresti risorto. La follia della guerra abbia termine e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora sa generare, sa custodire, sa amare la vita. Ascoltaci, Signore della vita!”.

Il Papa spiega che nella preghiera “le limitate possibilità umane si congiungono alle infinite possibilità di Dio”, e che così “pensieri, parole e opere infrangono la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono”.

È un appello che nasce dalla consapevolezza della fragilità del tempo presente: “basta un poco di fede, una briciola di fede per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia”, ha detto Leone XIV. Una storia in cui “gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati” e in cui “scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli”.

Il Papa alza la voce per denunciare la logica della violenza: “chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo, cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio. Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita”. Richiama quindi Pio XII: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra”. E invita a unire “le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne che oggi scelgono la pace”.

Leone XIV ricorda anche le lettere dei bambini, invitando ad “ascoltare la voce dei bambini!”, e si rivolge ai governanti: “fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!”.

Ma la responsabilità non è solo dei potenti: tutti sono chiamati a pregare per “convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti”, per tornare a credere “nell’amore, nella moderazione, nella buona politica”, perché “ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!”.

Il Papa indica nel Rosario un modello di perseveranza: una preghiera che segue “i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio”, e che aiuta a non farsi travolgere “dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre”.

Prima di entrare in Basilica, Leone XIV ha salutato a sorpresa la folla in piazza San Pietro: “Grazie per la vostra presenza… a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita, a pregare per la pace”, ricordando che “la pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori” e che “è possibile costruire la pace… vivere insieme con tutti i popoli, di tutte le religioni, di tutte le razze”.

Alla fine della celebrazione, il Papa affida a tutti un compito: “tornare a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore”. La Chiesa, dice, è un popolo che “avanza senza tentennamenti” nel servizio alla riconciliazione, anche quando questo costa incomprensione. E conclude con una visione che abbraccia l’intera umanità: “siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza”.

Nel suo stile discreto e determinato, Leone XIV continua a costruire un magistero della pace fatto di gesti più che di proclami: la scelta della Madonna Regina della Pace, la centralità del Rosario, l’ascolto dei bambini, l’insistenza sulla conversione del cuore. È un impegno silenzioso, ma tenace, che non cerca clamore e non si piega alla logica della forza e che vuole indicare una via che passa attraverso la preghiera, la responsabilità personale e la fiducia nelle possibilità di Dio. Una via che non elimina il dramma del presente, ma lo attraversa con la convinzione che la pace non è un’utopia: è un compito, un cammino, una promessa che la Chiesa è chiamata a custodire giorno dopo giorno. Ed è il nostro compito…