Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

L’episodio avvenuto a Debel lascia un senso di smarrimento profondo. Un militare si scaglia contro un crocifisso, e quel gesto, prima ancora che ferire la sensibilità dei credenti, colpisce la coscienza di chiunque. Davanti a quell’atto si avverte la durezza di un cuore che sembra aver smarrito la propria umanità. Colpire un segno che richiama amore, dono, pace, una memoria condivisa da molti, rivela un turbamento interiore che si riversa su ciò che rappresenta luce e misericordia.

È un comportamento da condannare, certo, ma che allo stesso tempo ci costringe a interrogarci sull’abisso in cui può precipitare una persona quando lascia che rancore e ostinazione prendano il sopravvento.

Eppure il Crocifisso rimane lì, immobile, con le braccia aperte anche per chi lo ferisce. Le parole del Maestro di Nazaret continuano a risuonare: “Se ho parlato male, dimostramelo; ma se ho parlato bene, perché mi colpisci?”. Anche nella sua immagine, Cristo resta un segno che provoca, che inquieta, che non permette indifferenza.

L’uomo che non riconosce più se stesso ripete il suo gioco amaro, quasi volesse deridere chi continua a offrire la propria disponibilità anche a chi lo respinge. Ma non è il legno a essere davvero colpito: a essere ferita è l’umanità stessa, che si accanisce contro ciò che non risponde alle logiche del potere o della forza.

E Dio rimane ancora lì, consegnato nelle mani dell’uomo, accogliendo i colpi di chi non sopporta la presenza di un amore che non si difende, di braccia che restano aperte, di mani che non smettono di essere offerte.