Raffaele Iaria
Sono oltre 5000 le persone ascoltate dalle rete Caritas in Calabria. Il dato emerge dal Rapporto di Caritas Italiana “La Povertà in Italia” presentato la settimana scorsa a Roma. Quello calabrese, leggendo il report statistico nazionale, è un territorio attraversato da fragilità profonde, ma anche da una capacità di resistenza forte. Le cifre che si leggono nelle 74 pagine del Rapporto raccontano storie e restituiscono volti e situazioni di disagio componendo il ritratto di una regione che vive una povertà complessa e spesso silenziosa nonostante quello che si può leggere sulla stampa.
Le persone ascoltate dalle Caritas diocesane sono state 5.259 nel 2025. Un numero che, pur rappresentando solo l’1,9% del totale nazionale, assume un peso specifico rilevante se rapportato alla popolazione regionale e alla capacità dei servizi di intercettare il bisogno. La Calabria, infatti, registra uno dei valori più alti di utenti per centro. Nei 46 centri, infatti la media è quella di 109,6 persone per struttura, un dato che supera la media del Mezzogiorno e indica una pressione significativa sui servizi territoriali. La composizione di chi chiede aiuto restituisce un quadro preciso. La maggioranza è composta da uomini (57%), un dato che si discosta dalla prevalenza femminile osservata in molte altre regioni italiane. Colpisce anche la forte presenza di cittadini stranieri: il 54,4% degli assistiti non è italiano, una percentuale tra le più alte del Paese, segno di una vulnerabilità che si intreccia con percorsi migratori instabili, lavori irregolari, fragilità di varie genere. Sul piano educativo, le persone che si sono rivolte, in Calabria, alla Caritas sono con bassi titoli di studio: il 36,6% ha la sola licenza media inferiore, mentre il 10,7% non possiede alcun titolo o è analfabeta. È un dato che pesa, perché l’istruzione rimane uno dei principali fattori protettivi contro la povertà, e la sua assenza amplifica la vulnerabilità lavorativa e sociale. La condizione professionale conferma questa fragilità: solo l’11,8% risulta occupato, mentre quasi la metà (47,3%) è disoccupata in cerca di lavoro. A ciò si aggiunge un 16% di casalinghe e un 4,4% di lavoratori irregolari, segno di un mercato del lavoro frammentato, spesso incapace di offrire stabilità e percorsi di emancipazione. Sul fronte abitativo, la Calabria presenta una quota non trascurabile di persone in grave esclusione abitativa (20,2%), un valore superiore alla media nazionale. Tra coloro che dispongono di una dimora, prevalgono gli affitti da privati (53,7%), mentre solo il 17,3% vive in una casa di proprietà.
Dal rapporto sulla Povertà di Caritas Italiana particolarmente significativo nella nostra regione è il profilo della storia assistenziale: la Calabria registra la percentuale più alta di “nuovi poveri” in Italia, 45,2%, seguita da un 24,9% di persone in carico da 1-2 anni. È un segnale forte: la povertà non è più solo una condizione cronica, ma un fenomeno che intercetta fasce di popolazione che fino a poco tempo fa riuscivano a mantenere un equilibrio, spesso fragile, ora spezzato da crisi economiche, instabilità lavorativa, aumento dei costi della vita. Anche la distribuzione dei bisogni conferma questa complessità. La Calabria è una delle poche regioni in cui prevale nettamente chi presenta un solo ambito di bisogno (49,4%), mentre solo il 27,2% manifesta tre o più criticità. È un dato che può essere letto in due modi: da un lato indica bisogni più “concentrati”, dall’altro potrebbe riflettere una minore capacità di emersione delle fragilità multiple, spesso più difficili da dichiarare o riconoscere.
Sul piano sanitario, la regione presenta un’incidenza relativamente bassa di fragilità: 11,7%, contro una media nazionale del 16,1%. Ma questo dato va interpretato con cautela: non necessariamente indica una migliore condizione di salute, quanto piuttosto una minore emersione del bisogno sanitario nei percorsi Caritas, spesso assorbiti da urgenze economiche e abitative.
Nel complesso, la Calabria che emerge da queste pagine è una regione che vive una povertà “di confine”: tra precarietà e resistenza, tra fragilità strutturali e reti di prossimità che continuano a svolgere un ruolo decisivo. Una povertà che cambia volto, che si rinnova, che chiede ascolto. E che, proprio attraverso questi dati, trova finalmente parole per essere raccontata.
