Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

di Marco Roncalli

La svolta che avrebbe segnato la sua la vita avvenne nel 1939, tre anni dopo l’ordinazione sacerdotale. Una sostituzione dell’ultimo momento ed ecco il trentenne gesuita intervenire all’università di Padova per un ciclo di conferenze sul problema filosofico della religione rivelata.Per il giovane Riccardo Lombardi quella prima esperienza pubblica si rivelò un successo oltre ogni previsione. Di lì a poco, in un crescendo spiegabile con la sua straordinaria forza comunicativa, venne invitato a predicare in altre aule universitarie, da Bologna a Torino, da Pisa a Venezia, con l’Italia in piena seconda guerra mondiale: qualche anno e Lombardi era già un «fenomeno» che – nei teatri, nelle cattedrali, nelle piazze, negli stadi -, attirava folle sempre più vaste, alle quali – al culmine della predicazione – chiedeva d’inginocchiarsi in segno di penitenza collettiva.L’Italia però era già in ginocchio: per l’esito della guerra, le lacerazioni politiche, specialmente – tra le elezioni della Costituente nel 1946 e quelle politiche del 1948 -, per lo scontro diretto fra Dc e Pci. Nel frattempo si erano uniti a Lombardi altri collaboratori (come padre Virginio Rotondi o don Giuseppe Casali); e, grazie alla radio, la sua voce era diventata «il microfono di Dio», appellativo con cui ancora lo si ricorda e usato come titolo nella biografia di Giancarlo Zizola apparsa nel 1990 da Mondadori, tuttora riferimento fondamentale.Ora accanto a quel denso profilo e ad altri lavori va a collocarsi una nuova pubblicazione «nata con l’intento di non passare sotto silenzio il ricordo dei 25 anni della morte di padre Lombardi, avvenuta il 14 dicembre 1979», ma che in realtà mira a indicare le sue idee riprese e attuate dopo il Concilio oltre a far conoscere il lavoro di chi ne ha raccolto l’eredità, in particolare il Gruppo Promotore del «Movimento per un Mondo Migliore». Curata da Enzo Caruso e Raffaele Iaria la raccolta di saggi e testimonianze Padre Lombardi (San Paolo, pp. 127, 11 euro, in libreria da oggi) si distingue infatti per il tentativo di rivisitare la figura dell’irruento sacerdote che all’attività di predicatore fece seguire dalla metà dagli Anni Cinquanta alla morte quella di formatore di «leaders cristiani», ma anche di seguire tratti di quel percorso costellato di sofferenze subite e provocate, di opposizioni e accuse, che lo vide in auge durante il pontificato pacelliano (quand’era accolto come un missus dominicus da cardinali e vescovi) e in seguito in un ruolo del tutto marginale dall’epoca del Vaticano II (al quale non partecipò anche se centinaia di vescovi vollero incontrarlo).Più in particolare i diversi interventi – dei curatori, di Andrea Riccardi, Federico Lombardi, Gino Moro, Juan Alonso Vega, Juan Pedro Cubero – concordano nel dare qui evidenza non all’intransigente impegno politico (tradottosi ad esempio nella lotta contro il comunismo – predicazione nel 1948 – o nell’ostilità alle correnti più aperte della Dc – «Operazione Sturzo» nel 1952), ma nel sottolineare il contributo dato al rinnovamento della Chiesa attraverso forme meno individualistiche e più comunitarie, promotrici di ciò che oggi passa sotto i lemmi di «ecclesiologia» e «spiritualità di comunione».Con la testimonianza di padre Federico Lombardi, direttore di Radio Vaticana e nipote del gesuita (che tuttavia ebbe solo rari incontri con lui, uno in particolare – quando lo zio era in clinica sofferente – legato a svelargli «qualcosa della più vera identità di quell’uomo».), va sottolineato il contributo di Riccardi che parla per Lombardi di «dramma umano», di una «notte oscura», e circa la sua opera scrive: «Ho capito come il Vaticano II abbia un debito verso di lui, malgrado la sua opera in preparazione del Concilio sia stata ufficialmente respinta dall’Osservatore Romano», rivelando infine che «il gesuita (considerato reazionario e politico in Italia) aveva contribuito alla formazione di personaggi dai grandi ardimenti pastorali ed evangelici. Uno tra tutti, non il meno noto, monsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso sull’altare».Conclude lo storico che forse il limite di Lombardi «è quello di avere creduto di possedere la “soluzione” messianica per i problemi del cristianesimo. Ma questo limite è stato anche la sua forza». La debolezza e la potenza di un crociato imbevuto dello spirito ignaziano, che – tra contemplazione e azione – sognava riforme radicali per la Chiesa, ossessionato da un suo «Mondo migliore»: da rendere – tra slanci utopistici e tensione comunitaria – «Regno di Dio». (Da Avvenire 23 giugno 2005)