Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

“Quando è stato raggiunto il quorum dei due terzi, è scattato l’applauso. Claudio (card. Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo, in Brasile, ndr)  mi ha abbracciato e mi ha detto: “Non dimenticarti dei poveri”. Allora ho pensato alla povertà. Alle guerre. A San Francesco di Assisi. E ho deciso di chiamarmi come lui. Intanto lo spoglio continuava…”. Così Papa Francesco raccontava del perché della scelta del nome scelto al momento della sua elezione al Pontificato. Tra i tanti nomi ha scelto quello. Ed è stata sin dall’inizio il suo programma. “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri! Per questo mi chiamo Francesco, come Francesco da Assisi”, raccontò ai giornalisti qualche giorno dopo la sua elezione aggiungendo che il poverello d’Assisi  era stato “uomo di povertà, uomo di pace”.

Il Papa, scomparso alle prime ore del Lunedì Santo, all’età di 88 anni,  ha lasciato un vuoto in tanti che in queste ore stanno affollando piazza San Pietro per ricordare quell’uomo che da cardinale di Buenos Aires diceva “la mia gente è povera e io sono uno di loro”  spiegando così la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Un pontificato sotto il segno della giustizia sociale. Tanti i suoi accorati appelli sulla necessità di aiutare i poveri e i marginalizzati, promuovendo una Chiesa più vicina alle persone più bisognose. Ha sempre guardato alle periferie del mondo e a quegli angoli di pianeta dimenticati. “Non dimentichiamoci dei poveri”, ripeteva senza scantarsi mai ed esprimendo questo suo appello non solo a parole ma  attraverso gesti significativi: tante le donazioni attraverso l’Elemosineria Vaticana ma anche personalmente in tante occasioni dall’installazione di docce per i senzatetto in Piazza San Pietro alla distribuzione di pasti caldi e cure mediche per chi vive in strada. E l’invito a tutti ad aprire le porte del cuore: “quando fate l’elemosina guardate negli occhi colui che ve la chiede oppure girate la faccia dall’altra parte?”, ha detto fin dall’inizio del suo pontificato. Non si contano i suoi interventi contro il sistema economico globale che genera disuguaglianza, parlando di una “economia che uccide” e denunciando l’idolatria del denaro. “Disumana è l’economia in cui novantanove vale più di uno. Eppure, abbiamo costruito un mondo che funziona così: un mondo di calcoli e algoritmi, di logiche fredde e interessi implacabili”, ha scritto nelle meditazioni per la Via Crucis di venerdì scorso. Più volte ha ribadito che l’economia in un mondo globale può uccidere e nell’enciclica Evangelii Gaudium, pochi mesi dopo la sua elezione al pontificato, ha sottolineato l’urgenza di creare un’economia più giusta, invitando a contrastare la “cultura dello scarto” che marginalizza i poveri. Guardare con gli occhi dei poveri”, ha ripetuto spesso: “È da loro che si parte, dai più fragili e indifesi. Da loro. Se non si parte da loro, non si capisce nulla. […]”.  La carità è “la misericordia che va in cerca dei più deboli, che si spinge fino alle frontiere più difficili per liberare le persone dalle schiavitù che le opprimono e renderle protagoniste della propria vita. Molte scelte significative, in questi cinque decenni, hanno aiutato le Caritas e le Chiese locali a praticare questa misericordia: dall’obiezione di coscienza al sostegno al volontariato; dall’impegno nella cooperazione con il Sud del pianeta agli interventi in occasione di emergenze in Italia e nel mondo; dall’approccio globale al complesso fenomeno delle migrazioni, con proposte innovative come i corridoi umanitari, all’attivazione di strumenti capaci di avvicinare la realtà, come i Centri di ascolto, gli Osservatori delle povertà e delle risorse”, ha detto alla Caritas Italiana in occasione dei 50 anni di vita invitando ad  allargare “i sentieri della carità, sempre tenendo fisso lo sguardo sugli ultimi di ogni tempo. Allargare sì lo sguardo, ma partendo dagli occhi del povero che ho davanti. Lì si impara. Se noi non siamo capaci di guardare negli occhi i poveri, di guardarli negli occhi, di toccarli con un abbraccio, con la mano, non faremo nulla. È con i loro occhi che occorre guardare la realtà, perché guardando gli occhi dei poveri guardiamo la realtà in un modo differente da quello che viene nella nostra mentalità”. E poi la Giornata Mondiale dei Poveri indetta otto anni fa per sensibilizzare il mondo sul problema…

Raffaele Iaria