Raffaele Iaria –
Intorno alle 19 sono state chiuse le porte della Basilica di San Pietro in Vaticano. Per tre giorni, secondo i dati forniti dalla Sala Stampa della Santa Sede, sono stai 250mile i fedeli che hanno voluto salutare, per l’ultima volta, papa Francesco. Alle 20.00, presso l’Altare della Confessione nella Basilica vaticana il rito della Chiusura della bara del Romano Pontefice, presieduto dal card. Camerlengo Farrel. Il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche, mons. Ravelli, ha dato lettura del rogito, che è stato deposto nella bara al termine della celebrazione insieme ad un sacchetto contenente le monete coniate durante il suo pontificato. Prima è stato adagiato sul volto del Pontefice un velo di seta bianca. Si tratta di antica consuetudine che hanno conosciuto tutti i predecessori di Francesco. Il velo rappresenta la transizione dalla vita terrena alla dimensione spirituale: il volto del Papa è sottratto alla vista dei vivi, gli occhi del defunto smettono di vedere la luce del mondo in attesa di vedere quella di Dio. Il velo, inoltre, sul piano laico – ma nel caso del Vicario di Cristo in terra in senso sacrale – richiama un’usanza comune nei secoli passati, quando i defunti venivano coperti per preservare la loro dignità. Sono seguiti i sigilli, la ceralacca, i nastri color porpora.
La celebrazione, svoltasi secondo le prescrizioni dell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, si è conclusa alle ore 21:00. Durante la notte il Capitolo di San Pietro assicurerà una presenza di preghiera e di veglia al corpo del Pontefice, fino ai preparativi della Santa Messa domani mattina alle 10.
Nel Rogito, documento che racconta la vita del Pontefice, si legge che Francesco “ha lasciato a tutti una testimonianza mirabile di umanità, di vita santa e di paternità universale”. Papa Francesco fu “un pastore semplice e molto amato nella sua Arcidiocesi, che girava in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus. Abitava – si legge nel testo – in un appartamento e si preparava la cena da solo, perché si sentiva uno della gente. Dai Cardinali riuniti in Conclave dopo la rinuncia di Benedetto XVI fu eletto Papa il 13 marzo 2013 e prese il nome di Francesco, perché sull’esempio del santo di Assisi volle avere a cuore innanzitutto i più poveri del mondo”. Durante sil suo pontificato fu “sempre attento agli ultimi e agli scartati dalla società. Francesco appena eletto scelse di abitare nella Domus Sanctae Marthae, perché non poteva fare a meno del contatto con le persone, e sin dal primo Giovedì Santo volle celebrare la Messa in Cena Domini fuori dal Vaticano, recandosi ogni volta nelle carceri, in centri di accoglienza per i disabili o tossicodipendenti”, si ricorda nel Rogito. “Ha esercitato il ministero Petrino – si legge ancora – con instancabile dedizione a favore del dialogo con i musulmani e con i rappresentanti delle altre religioni, convocandoli talvolta in incontri di preghiera e firmando Dichiarazioni congiunte a favore della concordia tra gli appartenenti alle diverse fedi, come il Documento sulla fratellanza umana siglato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi con il leader sunnita al-Tayyeb. Più volte la sua voce si è levata in difesa degli innocenti. Alla diffusione della pandemia da Covid-19, la sera del 27 marzo 2020 volle pregare da solo in piazza San Pietro, il cui colonnato simbolicamente abbracciava Roma e il mondo, per l’umanità impaurita e piagata dal morbo sconosciuto. Gli ultimi anni di pontificato sono stati costellati da numerosi appelli per la pace, contro la Terza guerra mondiale a pezzi in atto in vari Paesi, soprattutto in Ucraina, come pure in Palestina, Israele, Libano e Myanmar”. Il rogito elenca anche i documenti di papa Francesco, le quattro encicliche, le esortazioni apostoliche, le costituzioni compresa la Praedicate Evangelium per la riforma della Curia romana. E sottolinea: “Il magistero dottrinale di Papa Francesco è stato molto ricco. Testimone di uno stile sobrio e umile, fondato sull’apertura alla missionarietà, sul coraggio apostolico e sulla misericordia, attento nell’evitare il pericolo dell’autoreferenzialità e della mondanità spirituale nella Chiesa”.
Raffaele Iaria
(Foto Vatican Media)
