Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

Giustizia, pace e verità. Sono state queste le parole chiavi del primo incontro di papa Leone XIV con il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico. Un incontro iniziato con “la pace sia con voi” e conclusosi con “Grazie per tutto il lavoro che fate”. L’incontro, il primo del Pontificato nel Palazzo Apostolico, è stata anche l’occasione per papa Leone XIV di ritornare sul tema della pace e per ribadire la via del dialogo e per ringraziare tutti per i messaggi di cordoglio ricevuti per la scomparsa di Papa Francesco e per i messaggi augurali giunti dopo la sua elezione anche da “Paesi con i quali la Santa Sede non intrattiene relazioni diplomatiche”. Si tratta – ha detto – di un “significativo attestato di stima, che incoraggia l’approfondimento dei rapporti reciproci”.

Per papa Prevost la Santa Sede “non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali. Occorre peraltro adoperarsi per porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno di singole società”. 

Il discorso dei pontefici con il corpo diplomatico è l’occasione per fare il punto sulla situazione internazionale e papa Leone XIV parte dalla diplomazia pontificia e chiede agli ambasciatori di sentirsi “una famiglia” che “condivide le gioie e i dolori della vita e i valori umani e spirituali che la animano”. La diplomazia pontificia – ha detto – è “un’espressione della cattolicità stessa della Chiesa e, nella sua azione diplomatica, la Santa Sede è animata da una urgenza pastorale che la spinge non a cercare privilegi ma ad intensificare la sua missione evangelica a servizio dell’umanità. Essa combatte ogni indifferenza e richiama continuamente le coscienze, come ha fatto instancabilmente il mio venerato Predecessore, sempre attento al grido dei poveri, dei bisognosi e degli emarginati, come pure alle sfide che contraddistinguono il nostro tempo, dalla salvaguardia del creato all’intelligenza artificiale” aggiungendo che “la vostra presenza oggi è per me un dono”. L’esperienza di vita del Pontefice – come ha sottolineato – sviluppatasi tra Nord America, Sud America ed Europa, è “rappresentativa di questa aspirazione a travalicare i confini per incontrare persone e culture diverse”. E parlando del tema della pace, che il papa ha più volto richiamato nei primi giorni del pontificato – ha sottolineato che “è un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su sé stessi”. Per il papa “la pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi”. Per papa Prevost occorre “sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista” e questo “esige una sincera volontà di dialogo, animata dal desiderio di incontrarsi più che di scontrarsi”. E poi esige la “volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte, poiché, come ricordava Papa Francesco nel suo ultimo Messaggio Urbi et Orbi, nessuna pace è possibile senza un vero disarmo”. L’esigenza che ogni popolo ha di “provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”. E poi, per arrivare alla pace occorre “praticare la giustizia”. “È compito – ha detto – di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate” e  ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società”. Inoltre “nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato”. Ed ha evidenziato si essere anche lui un emigrato: “la mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato” aggiungendo che ognuno di noi, durante il suo percorso di vita – “si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio”.  Il papa ha quindi affermato che la Chiesa deve sempre dire la “verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione” perché la verità “non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna”.  Nel corso del suo discorso è tornato sul nome scelto Leone XIV: lo ha fatto “pensando anzitutto a Leone XIII, il Papa della prima grande enciclica sociale, la Rerum novarum”.