Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

“Annuncio del Vangelo, pace, dignità umana, dialogo: sono queste le coordinate attraverso cui potrete essere Chiesa che incarna il Vangelo ed è segno del Regno di Dio”. E’ stato questo il messaggio che papa Leone XIV ha voluto lasciare alla Chiesa Italiana incontrando martedì 17 giugno i vescovi in Vaticano. Quella italiana è stata la prima conferenza episcopale ricevuta dal nuovo Pontefice salito sul trono di Pietro lo scorso 8 maggio. Nel suo discorso papa Leone ha detto che la storia della Chiesa in Italia evidenzia “il particolare legame che vi unisce al Papa e che – secondo lo Statuto della CEI – ‘qualifica in maniera peculiare la comunione della Conferenza con il Romano Pontefice’. Seguendo l’esempio dei miei predecessori, anch’io avverto la rilevanza di questo rapporto”. La CEI è – ha quindi aggiunto – “luogo di confronto e di sintesi del pensiero dei Vescovi circa le tematiche più rilevanti per il bene comune. Essa, all’occorrenza, orienta e coordina i rapporti dei singoli Vescovi e delle Conferenze episcopali regionali con tali Autorità a livello locale”. La comunità cristiana italiana si trova “da tempo a dover affrontare nuove sfide, legate al secolarismo, a una certa disaffezione nei confronti della fede e alla crisi demografica”. Per il Papa è necessario “uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella trasmissione della fede. Si tratta – sottolinea – di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma. Questo è il primo grande impegno che motiva tutti gli altri: portare Cristo ‘nelle vene’ dell’umanità”. E si tratta di “discernere” i modi in cui far “giungere a tutti la Buona Notizia”, con “azioni pastorali capaci di intercettare chi è più lontano e con strumenti idonei al rinnovamento della catechesi e dei linguaggi dell’annuncio. La relazione con Cristo ci chiama a sviluppare un’attenzione pastorale sul tema della pace. Il Signore, infatti, ci invia al mondo a portare il suo stesso dono: ‘La pace sia con voi!’, e a diventarne artigiani nei luoghi della vita quotidiana”. Il pensiero del Pontefice è quindi andato alle parrocchie, ai quartieri, alle aree interne del Paese, alle periferie urbane ed esistenziali lìdove “le relazioni umane e sociali si fanno difficili e il conflitto prende forma, magari in modo sottile, deve farsi visibile una Chiesa capace di riconciliazione”. L’auspicio del Papa è che in ogni diocesi vengano promossi percorsi di “educazione alla nonviolenza”, “iniziative di mediazione nei conflitti locali”, “progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro”. Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove “si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa. Ci sono poi le sfide che interpellano il rispetto per la dignità della persona umana. L’intelligenza artificiale, le biotecnologie, l’economia dei dati e i social media stanno trasformando profondamente la nostra percezione e la nostra esperienza della vita. In questo scenario, la dignità dell’umano rischia di venire appiattita o dimenticata, sostituita da funzioni, automatismi, simulazioni. Ma la persona non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero”. E sul cammino sinodale della Chiesa in Italia il Pontefice ha auspicato che “includa, in coerente simbiosi con la centralità di Gesù, la visione antropologica come strumento essenziale del discernimento pastorale. Senza una riflessione viva sull’umano – nella sua corporeità, nella sua vulnerabilità, nella sua sete d’infinito e capacità di legame – l’etica si riduce a codice e la fede rischia di diventare disincarnata”: è “bello che tutte le realtà ecclesiali siano spazi di ascolto intergenerazionale, confronto con mondi diversi, di cura delle parole e delle relazioni. Perché solo dove c’è ascolto può nascere comunione, e solo dove c’è comunione la verità diventa credibile”. E in conclusione l’invito ad “andare avanti nell’unità, specialmente pensando al Cammino sinodale”: la sinodalità “diventi mentalità, nel cuore, nei processi decisionali e nei modi di agire”. E poi “guardate al domani con serenità e non abbiate timore di scelte coraggiose! Nessuno potrà impedirvi di stare vicino alla gente, di condividere la vita, di camminare con gli ultimi, di servire i poveri. Nessuno potrà impedirvi di annunciare il Vangelo, ed è il Vangelo che siamo inviati a portare, perché è di questo che tutti, noi per primi, abbiamo bisogno per vivere bene ed essere felici. Abbiate cura che i fedeli laici, nutriti della Parola di Dio e formati nella dottrina sociale della Chiesa, siano protagonisti dell’evangelizzazione nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, negli ambienti sociali e culturali, nell’economia, nella politica”. A portare il saluto al papa il presidente dei vescovo italiani che ha assicurato la “vicinanza” della chiesa italiana “nell’impegno che personalmente lei ha preso nell’impiegare ogni sforzo perché la pace si diffonda”: “obbedienza, fraternità e amicizia” sono stati i sentimenti manifestati al Pontefice a nome di tutti i presenti, compresi i vescovi emeriti. “A ottant’ anni dalla fine della terribile Seconda guerra mondiale, confrontati con le guerre in cui oggi viene versato il sangue di Abele, vogliamo assicurarle la nostra vicinanza, nell’impegno che personalmente lei ha preso nell’impiegare ogni sforzo perché questa pace si diffonda”. Si è concluso con queste parole il saluto del card.
Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, al Papa, durante la prima udienza concessa da Leone XIV ai vescovi italiani, nell’Aula della Benedizione.
“Obbedienza, fraternità e amicizia”, i sentimenti manifestati al Pontefice dal presidente della Cei, a nome di tutti i presenti, compresi i vescovi emeriti: “Sentiamo proprio vera quella speciale sintonia che unisce la Chiesa italiana al successore di Pietro, vescovo di Roma e primate d’Italia”. “Giovanni Paolo II, quasi parafrasando sant’ Agostino, disse: ‘siamo i vescovi di questa Chiesa, tutti insieme lo siamo, voi e io, vescovo con voi e come voi nella Chiesa in Italia’”, ha proseguito Zuppi: “Grazie, Papa Leone, del suo presiedere questa comunione, perché il primato garantisce la collegialità e la sinodalità”. “Sono con noi le nostre Chiese, le nostre comunità, i preti, i consacrati, i laici, e anche tanti compagni di strada che con impegno, anche qualcuno che sembrava improbabile, hanno intrapreso in questi anni il cammino sinodale – il ritratto del presidente della Cei – per realizzare quell’invito che Papa Francesco ci rivolse proprio 10 anni fa a Firenze: ‘Puntate all’essenziale, al kerigma, cioè a parlare in modo diretto e personale di Gesù’. Ci chiese che fosse tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, e suggerì che la Chiesa in Italia fosse protetta da ogni surrogato di potere, di immagine, di denaro.
È stato ed è il nostro impegno, per rendere ragione della speranza che è in noi, in una stagione dove di speranza ne serve davvero tanta: per una Chiesa accogliente, vicina alle attese di tanti, di tutti, particolarmente dei poveri”. “Dopo dieci anni – ha rivelato Zuppi – ci piace ancora di più una Chiesa italiana, come disse Papa Francesco, inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti: la desideriamo lieta, col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. E per essere così, se serve, innoviamo con libertà. Vogliamo che tutti si sentano a casa nella casa di Dio.
Dove anche il fratello maggiore impara a sentire sua la festa della misericordia, della gratuità, della fraternità ritrovata”.