Raffaele Iaria –
La salute di padre Pio, durante il periodo del suo noviziato, non lasciava presagire nulla di buono e il futuro santo desiderava ardentemente diventare sacerdote, perché ormai non sperava più nella guarigione, e non gli importava neanche di morire, se così voleva il Signore. Voleva poter celebrare almeno una volta la Santa Messa. E per questo cercò di anticipare quella data e ne fece richiesta additando proprio questi motivi di salute. Tutti erano convinti che sarebbe vissuto ancora per poco. Anche i superiori che cercarono di assecondarlo in questo suo desiderio.
Il 18 luglio del 1909 diventa diacono e subito dopo chiede di essere ordinato sacerdote, con una dispensa. La legge canonica prevedeva che per essere sacerdote bisognava aver compiuto 24 anni. Fra’ Pio ne aveva 23.
“Molte persone… mi hanno assicurato – scrive fra’ Pio il 22 gennaio del 1910 al Superiore Provinciale dei Cappuccini padre Benedetto da San Marco in Lamis – che se Lei chiedesse la dispensa per la mia ordinazione, esponendo il mio presente stato di salute, tutto sarebbe ottenuto. Se dunque, o padre, dipende tutto da lei, non mi faccia più desiderare un tale giorno. Così se il sommo Iddio per sua misericordia ha stabilito di perdonare le sofferenze al mio corpo, mediante la abbreviazione del mio esilio sulla terra, come spero, morrò contentissimo, poiché non mi lascia altro desiderio qui in terra”.
La risposta, affermativa, arriva il 6 luglio 1910, con una lettera di padre Benedetto che gli annuncia anche la data prevista per la sua ordinazione: il 10 agosto. Era stato padre Venanzio da Lisle-en-Rigault, procuratore generale dei Cappuccini, a comunicare a padre Benedetto la dispensa di nove mesi, rilasciata dalla Congregazione dei Religiosi all’inizio di luglio di quell’anno.
Ed arriva quel giorno, il 10 agosto del 1910 che padre Pio non dimenticherà mai e che ricorderà spesso durante tutta la sua esistenza.
Fra’ Pio, insieme alla mamma, Maria Giuseppa De Nunzio e al parroco di Pietrelcina, don Salvatore Pannullo, partì intorno alle 6 di quel giorno da Pietrelcina con il calesse di Alessandro Mandato, verso Benevento.
A presiedere la celebrazione di consacrazione è mons. Paolo Schinosi, arcivescovo di Marcianopoli, in sostituzione del vescovo della città, mons. Benedetto Bonazzi, arcivescovo di Benevento, che in quel periodo si trovava fuori diocesi. Mancava alla cerimonia, nel sacello dei canonici, alla sinistra dell’altare maggiore, il padre, Grazio Forgione, emigrato in America per far fronte alle necessità economiche della famiglia.
Papà Grazio era comunque molto felice di aver un figlio sacerdote. E quel giorno, a migliaia di chilometri di distanza, festeggiò l’evento insieme ad altri amici emigrati. Suo figlio, Piuccio, era diventato “monaco di messa” e per questo bisognava festeggiare.
“Eccolo, in definitiva, sulla soglia di quel Duomo il 10 agosto 1910, pronto a infilare il cerchietto d’oro nell’anulare di ‘Madonna Povertà’ e a ricevere, in cambio, il diadema sacerdotale e il potere di pescatore di uomini”, scrive Luigi Tucci (Un segno della provvidenza, Borla, Torino 1962): “la pienezza di un sogno riversa, ormai, le sue ultime luci sulla soglia del tempio e porge momenti di gioia ineffabile al cuore di fra’ Pio che sembra tremare come un filo d’erba sotto la carezza del vento. Tutto è pronto a compiersi in letizia di spirito. Le campane suonano a festa. Mamma Giuseppa – continua lo scrittore – ha già preso posto nel Duomo e ha gli occhi umidi di gioia. Zi’ Grazio, il padre di padre Pio (Grazio Forgione) è assente, ma benedice il figliolo dalla terra d’America. Qualcosa di solenne è come sospeso nell’aria e l’aria sa di profumo.
Una creatura, pallida e commossa, è oltre la soglia… cammina impacciata tra due file di sguardi che stanno lì lì per farsi lucidi, poi si ferma in prossimità dell’altare maggiore per prostrarsi sulle pietre, in atto di umiltà, e vi rimane a lungo, il cuore quasi immoto. E così il novizio di un tempo prende le vesti di sacerdote. E fra’ Pio, sempre dimesso e raccolto, si accomiata da noi in pienezza di grazia; ma ecco che già si intravede al suo posto, in un alone d’intima luce, un gigante dello spirito: il ‘padre’ che salirà un giorno la via del Gargano.
Poi di nuovo, la mamma e il figliolo prendono la strada che conduce a Pietrelcina, dove il sacerdote novello celebrerà la prima messa”, quattro giorni dopo.
Padre Pio, la mamma e il parroco, al loro ritorno a Pietrelcina, vennero accolti dai paesani all’inizio del paese con tutti gli onori che allora venivano riservati nei momenti particolari e di gioia della comunità.
Durante il percorso fino ad arrivare alla zona “Castiello” – la zona antica di Pietrelcina – lanci di monetine e distribuzione di fette di “raffioli”, il classico prodotto della cucina locale a forma di ciambella.
“Padre Pio ascoltò le note musicali della banda e arrossì grandemente nel volto e non alzò il capo”, racconta Lucia Iadanza: “Dopo la cerimonia in Chiesa si svolse la cerimonia in famiglia. Furono offerti vino e raffioli a tutto il parentado, mentre ai bambini che erano davanti alla casa la mamma dispensò tanti biscotti con confetti”.
“…mentre io scrivo dove vola il mio pensiero – si legge in una lettera di padre Pio a padre Agostino due anni dopo, il 9 agosto 1912 ricordando quel giorno – al bel giorno della mia ordinazione. Domani festa di San Lorenzo, è pure il giorno della mia festa. Ho già incominciato a provare di nuovo il gaudio di quel giorno sacro per me. Fin da stamattina ho incominciato a gustare il paradiso… E che sarà quando lo gusteremo eternamente!? Vado paragonando la acume del cuore, che sentii quel giorno, con la pace del cuore che incomincio a provare fin dalla vigilia, non ci trovo nulla di diverso. Il giorno di San Lorenzo fu il giorno in cui trovai il mio cuore più acceso di amore per Gesù.
Quanto fui felice, quanto godei quel giorno!!”.
Il suo stato d’animo è ben descritto nell’immaginetta
ricordo:
“Gesù
mio sospiro mia vita
oggi che trepidante
ti elevo
in un mistero di amore
con te io sia pel mondo
via verità vita
e per te sacerdote santo
vittima perfetta”.
Da quel giorno padre Pio fece della Santa Messa il cuore del suo sacerdozio, “la fonte e il culmine, il perno e il centro di tutta la sua vita e di tutta la sua opera”.
“Egli – scrive padre Gerardo De Flumeri che ha seguito la causa di beatificazione e canonizzazione – ha esercitato il suo ministero in tre direzioni: celebrazione della Santa Messa, amministrazione del sacramento della riconciliazione, direzione delle anime”. La sua messa era “un mistero incomprensibile”, raccontava don Giuseppe Orlando: padre Pio a Pietrelcina “al memento era talmente assorto nella preghiera, che passava oltre un’ora senza proseguire. La sua messa era così lunga, che la gente la evitava, perché dovendo andare tutti alla campagna a lavorare, essendo un paese agricolo, non potevano rimanere per ore ed ore in chiesa a pregare insieme a lui”.
È stato detto che se padre Pio non fosse stato sacerdote “non avrebbe potuto compiere la sua missione”. Il frate cappuccino considerava la vocazione come dono ricevuto convinto che la vocazione in un ordine religioso o come sacerdote esige sempre una personale decisione e risoluzione, frutto della convinzione della mente e della persuasione della volontà. Un giorno, ad un giornalista che gli chiese chi fosse, rispose: “un povero frate che prega”.
“Uomo di preghiera e di sofferenza”, lo ha definito papa Paolo VI. La messa e la preghiera sono state le attività – insieme alla confessione – principali del futuro San Pio da Pietrelcina che volle fondare i “Gruppi di Preghiera” perché anche altri venissero stimolati e aiutati a pregare. Gruppi oggi presenti in molte parrocchie del mondo. La loro “nascita” avvenne proprio a Pietrelcina davanti a “Porta Madonella”, all’ingresso dell’allora centro abitato di Pietrelcina. Qui riuniva diverse persone per la recita del Santo Rosario. E la preghiera preferita da padre Pio era proprio il Rosario che recitava continuamente: “stava sempre con il Rosario in mano”. Arrivò a recitare, nel corso di una giornata, un numero inconcepibile di corone, come disse lui stesso.
E poi la sua vita di sacerdote e di religioso all’ombra del Tabernacolo poiché l’Eucaristia fu il centro
della sua vita spirituale, il “pilastro” su cui poggiò tutto l’edificio che egli andava costruendo nella sua anima, quale accogliente dimora del suo Signore; fu il cibo divino che assimilò costantemente nella sua anima tal da creare in lui lo ‘stato’ permanente di vittima; fu la manna celeste avente in sé ogni diletto, che gli fece pregustare le gioie del paradiso”.
“Cinquant’anni di vita religiosa, cinquant’anni confitto alla croce – scrive il giorno del suo 50° anniversario della vestizione il 22 gennaio 1953 – cinquant’anni di fuoco divoratore per Te, Signore, per i tuoi redenti. Che altro desidera l’anima mia se non condurre tutti a Te e attendere pazientemente che questo fuoco divoratore bruci tutte le mie viscere nel
cupio dissolvi?!”.
Per padre Pio è l’Eucarestia che fa il sacerdote: la sua messa, lunga e vissuta, diventava dottrina. Padre Mariano Paladino, che lo conobbe nel 1945, ricorda che sin da allora “mi apparve come il vero tipo del frate cappuccino; fedele osservante di tutte le norme dell’Ordine”. Padre Paladino cita un episodio avvenuto nel 1945: “una sera, entrato in stanza, vidi padre Pio che davanti all’immagine della Madonna, si inginocchiava per le ‘dodici salutazioni alla Vergine’, come si insegnava una volta al noviziato. Richiesto da me come mai facesse queste pratiche, mi rispose: ‘Così mi hanno insegnato al noviziato’”.

