Ogni partenza è “una scelta”, ma anche “una spia”. L’emigrazione italiana
contemporanea – benché spesso definita con eufemismi come “mobilità
internazionale”, “fuga di cervelli”, “nuove generazioni globali” – è in larga parte una
“risposta strutturale a mancanze sistemiche del Paese”. Ne sono convinti i redattori
del Rapporto Italiani nel Mondo che oggi hanno presentato l’edizione 2025, la
ventesima dalla nascita di questo studio, unico sulla mobilità italiana. I dati raccolti
anno dopo anno “non lasciano spazio a interpretazioni semplicistiche: non partono
solo gli spiriti avventurosi, ma anche – e soprattutto – coloro che non trovano in Italia
spazio per vivere con dignità”.
Al 1° gennaio 2025 gli iscritti all’Anagrafe degli Italiani all’Estero (Aire) sono
6.412.752 milioni. Si tratta di cittadini che vanno ad aggiungersi alla popolazione
residente calcolata dall’ISTAT in 58.934.177, di cui 5.422.426 stranieri. Rispetto ai
soli residenti con cittadinanza italiana (53.511.751), quindi, su 100 residenti 12
vivono fuori dei confini nazionali (11,9%). Se consideriamo, invece, il totale della
popolazione residente (italiani + stranieri), l’incidenza di chi risiede all’estero rispetto
alla popolazione residente in Italia cala di un punto percentuale (10,9%). L’impatto
della mobilità per l’Italia e la sua popolazione è, da sempre, importante e in costante
crescita – sottolineano i ricercatori del rapporto Italiani nel Mondo – da venti anni e,
in particolare, da dieci anni a questa parte. Ne è prova l’aumento persistente delle
iscrizioni all’Anagrafe dei cittadini residenti oltre confine: nell’ultimo anno si tratta
di oltre 278 mila iscrizioni (+4,5% in un anno), quasi 479 mila nell’ultimo triennio
(+8,1%), oltre il doppio dal 2006 (+106,4%). L’estero, si dice da tempo, è la
ventunesima regione d’Italia: “quello su cui non si riflette abbastanza è, però, quanto
rapidamente i suoi residenti stanno crescendo e quanto altrettanto celermente variano
le caratteristiche che la contraddistinguono. A ciò si aggiunga che la crescita della
presenza in Italia di residenti stranieri è molto meno sostenuta rispetto al passato”.
Soltanto nel 2019 il dato era per entrambi uguale (5,3 milioni) mentre adesso il
numero dei connazionali all’estero supera di 1 milione quello degli stranieri in Italia.
Il 48,3% degli iscritti all’AIRE è donna. In un generale clima di aumento, la presenza
delle connazionali all’estero cresce a un ritmo più sostenuto degli uomini (dal 2006,
+115,9% delle donne rispetto al +98,3% degli uomini).
Gli anziani residenti all’estero e iscritti all’Aire sono 1,3 milioni (20,5%), 858 mila
sono, invece, i minorenni (14,9%). Guardando alle classi in età lavorativa: 1,4 milioni
hanno tra i 18 e i 34 anni (22,0%), quasi 1,5 milioni tra i 35 e i 49 anni (23,2%) e 1,2
milioni tra i 50 e i 64 anni (19,6%). Si tratta, quindi, di “una comunità articolata che
ha esigenze diversificate come molteplici sono le fragilità ma anche, e soprattutto, gli
elementi di solidità a cui dall’Italia fare riferimento”.
Dalle tante interviste raccolte dagli studiosi in questi venti anni di storia, emerge
come la famiglia italiana riesca a sentirsi all’estero più forte e a vivere più
serenamente, più supportata dal legislatore e accompagnata da un welfare più attento
alle donne, madri e lavoratrici, ai bambini dalla nascita al completamento del
percorso formativo e a volte anche oltre, e al benessere generale del nucleo familiare.
Su quasi 6,5 milioni di cittadini italiani residenti all’estero le famiglie risultano
3.856.922. Il 47,1% è iscritto all’AIRE per espatrio: sono, cioè, protagonisti di un
percorso migratorio che ha visto la partenza dall’Italia verso una destinazione estera,
sottolinea la ricerca. Il 41,3% è iscritto per nascita.
L’Italia all’estero oggi è – spiega la curatrice del Rapporto Delfina Licata nel volume
– “l’unica a crescere rispetto a un Paese ripiegato su stesso che fatica a scrollarsi il
peso di persistenti fragilità sociali ed economiche come i divari territoriali, gli
squilibri demografici, le difficoltà di occupazione. L’allarme fuga, dunque, nasce
dalle fragilità di un contesto nazionale segnato da forte denatalità e altrettanto robusto
invecchiamento a cui si associano le preoccupazioni per la tenuta economica del
prossimo futuro. L’inquietudine non viene smorzata dal considerare che la
popolazione immigrata riesce a contenere gli effetti di desertificazione”. Questo –
spiega – accade per due motivi “apparentemente vicini, ma profondamente diversi:
innanzitutto perché si riconosce l’insufficiente impegno italiano per una politica di
accoglienza nell’era della migrazione di massa e, in secondo luogo, per la presa di
coscienza, ormai consolidata, della scarsa attrattività dell’Italia rispetto ad altri Paesi
europei”.
