Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

In Calabria i Carmelitani arrivano piuttosto tardi anche se si parla di un convento a Corigliano nel 1295. Un’ipotesi che non sembra attendibile, secondo padre Francesco Russo[1]. Per lo storico nella regione compaiono dei carmelitani molto prima che vi si aprissero dei conventi anche se la Provincia fu per la prima volta eretta, insieme a quella di Puglia, nel Capitolo generale celebrato nella città di Asti nell’anno 1472[2].

Benedetto XII, il 27 gennaio 1304, «autorizzò Bertuccio di Squillace a passare dall’ordine carmelitano a quello dei domenicani; il carmelitano Matteo di Scalea fu promosso vescovo di Lavello il 13 novembre 1364; nel 1413 il carmelitano Clemente di Napoli fu promosso vescovo di Nicotera[3]».

Il più antico convento carmelitano in Calabria è quello di Reggio Calabria: «era uno ospizio – scrive padre Russo – fuori le mura, intitolato alla Madonna delle Grazie, che i sindaci e la città nel 1427 offrirono a Gregorio, priore provinciale della Provincia Romana».

«L’approvazione pontificia intervenne con bolla di Eugenio IV, diretta all’archimandrita di san Nicola Calamizzi, il 20 agosto 1433. Pier Tommaso Pugliese afferma che i carmelitani aprirono il loro convento a Corigliano fin dal 1295; ma di ciò non c’è alcuna prova e credo – scrive padre Russo, come dicevamo sopra – che la data sia da considerare inesatta. Padre Fiore l’assegna al 1470, per «munificenza di Girolamo Sanseverino, principe di Bisignano». Il Ventimiglia lo fa risultare edificato nel 1492, ventidue anni dopo.

Un altro convento di carmelitani, dedicato alla Madonna del Carmine, è quello di Carolei, fondato nel 1530. Nel secolo XVI «è attivissimo padre Angelo Emiliani, che fondò vari conventi in tutta la Calabria[4]. Nel 1540 divenne Provinciale dei Carmelitani in Calabria; alla fine del secolo XVI la Provincia contava 37 conventi con 312 frati»[5].

Come dicevamo, in Calabria i carmelitani arrivarono piuttosto tardi. I loro conventi venivano costruiti fuori dai centri abitati, in mezzo alle campagne, lungo gli argini di un fiume o anche eremitaggi abbandonati «ma con qualche rendita che consentiva loro

di vivere e far vivere»[6].

Erano i monaci, di ogni ordine religioso, spesso ad aiutare a mantenere la fede in tanti luoghi.

«I monaci di Calabria sono impegnati in ogni genere di lavoro: contadini, calligrafi, copisti, artigiani, minaturisti, cesellatori, pittori, architetti, muratori, sarti, tessitori, arcolai, vasai in rame e in ferro, pescatori. Lavoravano in particolare la terra, diradavano la foresta, incanalavano le acque, intensificavano le culture», scrive N. Ferrante[7]. Religiosi che supplivano alla carenza di scuole frequentate da pochissime persone che grazie al loro patrimonio economico potevano accedervi.

In queste situazioni particolarmente povere e difficili anche a causa di frequenti spoliazioni, furti e incendi la Calabria ha avuto, come scrive ancora il Ferrante, «questi santi uomini che con la fede religiosa hanno ridato al suo popolo l’entusiasmo per la vita e la speranza per il futuro».

E come ogni popolo anche i calabresi hanno trovato il sostegno nella fede e soprattutto nella devozione verso la Madre di Dio.

La maggior parte dei santuari mariani in Calabria risale al periodo normanno e svevo (secc. XI-XIII), l’epoca più fiorente non solo della Calabria, ma dell’intero sud[8]. Molti ebbero origine nel dopo-Rinascimento e spesso legati a eventi straordinari associati a calamità naturali. Tra questi possiamo ricordare la Madonna di Porto di Gimigliano (CZ), la Madonna della Quercia di Conflenti (CZ) e Maria SS. della Consolazione di Reggio Calabria, oltre a molti altri.

La dominazione spagnola e l’influenza degli ordini religiosi hanno contribuito alla diffusione del culto mariano sotto diversi titoli, favorendo così la nascita di nuovi santuari dedicati alla Madonna di Monserrato, al Carmelo e alla Madonna delle Grazie.

Una terra, la Calabria, profondamente legata al culto mariano: ogni paese ha una propria Madonna, alla quale i fedeli sono devoti come figli alla loro madre.

I carmelitani che fondarono la provincia di Calabria «erano di questa terra, figli di questa gente moralmente e spiritualmente elevata, discepoli di quella spiritualità che è esaltazione e riflessione, attitudine e moderazione, altruismo introversione, espansività e dignitosa chiusura in se stessi per la crescita dei valori umani e cristiani», come sottolinea Leopardi aggiungendo che la Calabria «è tutta carmelitana»: in ogni paese è significativamente importante la devozione alla Madonna del Carmine: «Il clero di Calabria è tutto devoto della Madonna del Carmine, perché l’estrazione è da una popolazione che si è tramandata questa devozione di filiale fiducia».

In Calabria i carmelitani – spiega ancora lo storico – sono stati «sempre dalla parte dei poveri e hanno condiviso con loro la povertà alleviando, in quanto era nelle loro possibilità, con spirito di amore e di carità cristiana, la loro misera condizione di vita». I frati personalmente non possedevano niente, ma potevano usare i beni dei conventi per opere che potessero alleviare le sorti delle popolazioni che guidavano spiritualmente.

Il Capitolo Generale dei frati carmelitani del 1372 ordinava che «nessun frate di qualunque grado o condizione, tenga alcunché di proprio…». Con questo «non intendiamo vietare ai Conventi di acquistare dei beni purché non siano feudali, che essi ritengano necessari o utili alla Comunità».

A partire dal sec. XV conventi di Carmelitani sorsero anche nell’attuale diocesi di Rossano-Cariati nel cui territorio cade Scala Coeli: Corigliano (oggi Corigliano Rossano), Paludi, Rossano (oggi Corigliano Rossano) e a Scala Coeli[9]. Riportiamo cosa scrive Luigi Renzo su questi conventi:

«Corigliano: “SS. Annunziata”. Scartata l’ipotesi della fondazione avvenuta nel 1295, il convento viene assegnato al 1470 e attribuito alla munificenza del Duca Girolamo Sanseverino su sollecitazione del baccelliere Alario Britone Inglese, che sarà poi Generale dell’Ordine. Nella prima metà del sec. XVII l’edificio verrà ingrandito ad iniziativa del Maestro Alessandro Arnone di Corigliano.

E’ menzionato dall’arcivescovo Spinelli nella Relazione “ad limina” del 1630. L’importanza del ruolo esercitato dal convento si rileva anche dai diversi Maestri Provinciali da questo espressi. Si ricordano in particolare: M. Alessandro Arnone (1636), M. Pier Tommaso Pugliesi (1680, 1684, 1691), M. Elia Adimari (1727), M. Alberto Fontana (1735).

Paludi: “SS. Annunziata”. Non si conosce l’anno di fondazione. La prima notizia sulla sua presenza è nella Visita Pastorale del 1610-1611 dell’arcivescovo Lucio Sanseverino, in cui è registrata la chiesa della SS. Annunciazione dove i Carmelitani hanno l’onere di due messe alla settimana ed in cui ‘adest Societas laicorum sub invocatione B.M.V. Annuntiationis’. E’ menzionato nella Relazione dell’arcivescovo Pietro Spinelli del 1630 ed è visitato dallo stesso nel 1634 nella sua Visita Pastorale Venne soppresso nel 1652 da Innocenzo X.

Rossano: “SS. Annunziata”. Concesso nel 1568, ben presto il convento, situato ‘extra muros civitatis’ lungo il torrente Celadi, restò abbandonato per povertà di mezzi di sostentamento. Nel 1585 nella chiesa risulta aggregata l’omonima confraternita, poi trasferitasi nel 1587, alla chiusura del convento, nella chiesa della Panaghia e poi in quella attigua dell’Annunziata».

Prima della decisione di Innocenzo X di chiudere i conventi in Calabria si contavano 47 conventi carmelitani. Di questi quello di Palermiti, Rosarno e Vene ebbero poca durata[10].

Con la Costituzione di Innocenzo X ne vengono soppressi 24. Quello di Scala Coeli scampò alla soppressione. Tre vengono poi riaperti: Tropea (1693), Motta San Demetrio e Lungro (1654).

Alla fine del XVII secolo non vi era diocesi calabrese che non avesse un altare dedicato alla Madonna del Carmine nelle chiese del territorio.

«La festa della Vergine detta del Carmine, universalissima a tutt’i i luoghi, e grandi e piccoli della Calabria. Vi siano o no Carmelitani, ella si celebra con ogni religiosa solennità», scrive p. Giovanni Fiore[11]. Come, infatti, ha dimostrato Emanuele Boaga, la popolarità del culto del Carmine non va ricondotta esclusivamente all’operato dei Carmelitani, né a quello delle confraternite nate in seno all’Ordine. Fondamentale fu, piuttosto, la massiccia presenza di associazioni laicali, sviluppatesi attorno all’interpretazione della “bolla sabatina[12], pur senza dichiarati agganci con i Frati della Beata Vergine del Carmelo, dal momento che sin dal 1606 fu possibile istituire confraternite con questi titoli, anche fuori dalle chiese conventuali carmelitane.

Questa devozione, quindi, non va ricondotta solo alla presenza dei carmelitani o alle confraternite carmelitane ma anche a tante associazioni nate per la devozione allo scapolare o abito sabatino anche senza particolari legami con il mondo carmelitano.

Nel 1779 si contano conventi a Reggio Calabria, fondato nel 1433; a Carolei (1530), Cosenza (1567), Montalto (1605); Monte Santo (1540), Scala (1570), Motta di San Demetrio (1554), Gerocarne (1574), Pizzo (1579), Monteleone (1614), San Vito (1550), Curinga (1650), Sambiase (1566); Belmonte (1573), Tropea (1669), Cassano (1584), Lungro (1611), Catanzaro (1611) e Mongrassano (1650)[13]. Due erano stati distrutti dal terremoto del 1761: Motta San Demetrio e Monteleone. Al Capitolo Generale dei Carmelitani del 1788 risultano presenti in tutta la regione otto conventi: Belmonte, Carolei, Cassano, Lungro, Mongrassano, Montalto, Scala e Cosenza. Tutti conventi in provincia di Cosenza[14]. Conventi che ebbero, però, breve vita perché vennero soppressi con decreto di Napoleone del 7 agosto 1809.  

Attraverso le loro vicende comunitarie i carmelitani aiutarono a far rivivere l’ansia di un popolo e a scoprire i loro valori culturali e umani che lo facevano veramente grande.

In Calabria la devozione alla Madonna del Carmine si diffuse attraverso dinamiche e tempistiche diverse da quelle sperimentate in altre regioni del Sud come la Sicilia o la Puglia.

«In questi specifici contesti geografici, il fenomeno cultuale si era irradiato a partire da una rete conventuale impiantatasi lungo le rotte dei pellegrinaggi verso la Terrasanta e nelle città coinvolte, in un modo o nell’altro, con le partenze dei crociati»[15].

A dare impulso, se così possiamo dire, alla penetrazione dei Carmelitani nella regione concorse, secondo alcuni, l’affermazione della devozione alla Bruna, l’icona tardo duecentesca conservata nel Carmine Maggiore di Napoli, divenuta agli albori del Cinquecento un formidabile strumento di propaganda sociale, come scrive P. Faenza[16].


[1] F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento, Rubbettino, 1982.

[2] M. Ventimiglia, Il sacro Carmelo Italiano ovvero “L’Ordine della SS. Vergine Madre di Dio Maria del Monte Carmelo nella sola Italia disteso colle sue provincie, suoi conventi, ed uomini illustri da quelli dati alla luce, Stamperia Raimondiana, 1779. Dal 1295 al 1987 sono stati registrati in Calabria 47 conventi carmelitani che, come scriveva il vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, mons. Benigno Papa nel 1987 nella premessa al volume di A. Cosimo Leopardi, I carmelitani in Calabria (Istituto di Scienze Religiose. Padri Carmelitani, 1987) erano «luoghi di preghiera, centri di evangelizzazione, fucine di promozione culturale e sociale presso la popolazione calabrese».

[3] F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria, op. cit.

[4] Tra i conventi fondati anche quello di Scala Coeli.

[5] F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria, op. cit.

[6] A. C. Leopardi, I carmelitani in Calabria, op. cit.

[7] N. Ferrante, Santi Italo Greci in Calabria, Parallelo 38, 1981, p.61, nota 27.

[8] Cfr. S. Brugnano, Espressioni di religiosità popolare in Calabria. La Madonna: canti, rito, usanze, credenze, Valsele Tipografica, 1988.

[9] L. Renzo, Arcidiocesi di Rossano-Cariati. Storia di un cammino, ConSenso Publishing, 2022.

[10] Cfr. A.C. Leopardi, , I carmelitani, op cit.

[11] G. FIORE, Della Calabria illustrata, Stamperia di Domenico Roselli, 1743.

[12] Per “Bolla Sabatina” si intende il documento emanato da Giovanni XXII il 3 marzo 1322, contenente la promessa della Madonna di liberare dalle pene del purgatorio il primo sabato dopo la morte. Tale “bolla” sarebbe stata riferita in un’altra di un papa Alessandro, ed ambedue trascritte da notai a Maiorca il 2 gennaio 1422. Da questo «trassunto» mallorchino tutte dipendono le trascrizioni fatte in seguito della “Bolla”. Cfr. L. Baggi, La Bolla Sabatina. ambiente, testo, tempo, Edizioni carmelitane, 1967.

[13] M. Ventimiglia, Il Sacro Carmelo italiano, op. cit.

[14] Il Leopardi data la chiusura nel 1784 per la legge eversiva dei beni per la costituzione della Cassa Sacra.

[15] L. Turi, I carmelitani di Puglia e la memoria della Terrasanta, in «Ad limina. Revista de investigación del Camino de Santiago y las peregrinaciones», 6, 2015. Cfr. P. Faenza, Sulla diffusione del culto del Carmine nelle terre grecizzate delle diocesi di Reggio e Bova, in Rivista storica calabrese n. 8, 2023; Giuseppe Ingaglio, “Flos Carmeli”. Una proposta di lettura della storia dell’ordine Carmelitano in Franco Di Spirito (a cura di), Restauri al Carmine Maggiore di Napoli. Arte, Fede, Storia, Paparo, 2002.

[16] Citando S. D’Ovidio, The making of an icon. The “Madonna Bruna del Carmine” in Naples (13th17th centuries), in S. Cardarelli, L. Fenelli (a cura di), Saints, miracles and the image. Healing saints and miraculous images in the Renaissance, Turnhout, 2017.