Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

“L’Epifania tutte le feste porta via.” Lo diciamo ogni anno, quasi senza pensarci, come un ritornello antico che attraversa le generazioni. Eppure, dietro quelle parole, si nasconde una notte speciale, l’ultima soglia luminosa prima che il tempo ricominci a correre. Il 6 gennaio chiude il lungo abbraccio delle festività natalizie: per alcuni è nostalgia, per altri un tentativo di ritrovare altrove le emozioni delle proprie radici. Ma per tutti resta una festa attesa, capace di risvegliare leggende custodite nel cuore.

L’Epifania, in molte tradizioni contadine, non comincia al mattino: prende vita la sera prima, quando la casa si fa più silenziosa e il buio sembra trattenere un respiro. È allora che, secondo l’antico racconto, gli animali parlano. Non solo muggiti o belati, ma vere conversazioni, giudizi, ricordi. Osservano i loro padroni e ne valutano la bontà. Chi li ha trattati male o ha osato ascoltare ciò che non doveva rischia la maledizione. Anche il cibo offerto nella notte della Befana diventa un segno: se è povero o trascurato, gli animali se ne accorgono.

Ma la tradizione non lascia mai senza una via d’uscita. Per scongiurare ogni cattivo presagio basta un gesto semplice: rivolgere parole gentili e offrire tredici alimenti diversi, come i tredici simbolici commensali della tavola di Natale. È un patto antico, un modo per ristabilire l’armonia tra l’uomo e ciò che lo circonda.

Questa notte, però, non parla solo ai vivi. In molte case un piatto resta apparecchiato per chi non c’è più, un invito silenzioso a sedersi ancora una volta accanto ai propri cari. E intorno, come sempre, i dolci della tradizione: pìtte ripiene di frutta secca, fichi farciti — le “crocette” — e il torrone fatto in casa, che profuma di mani pazienti e ricette tramandate.

Forse l’Epifania serve proprio a questo: a ricordarci che il tempo non è soltanto ciò che scorre, ma ciò che ritorna. Che ogni fine porta con sé una promessa. E che finché qualcuno continuerà ad appendere una calza, a lasciare un piatto pieno o a sussurrare una parola gentile agli animali, la notte in cui tutto può parlare — anche ciò che credevamo muto — non smetterà mai davvero di esistere.