Raffaele Iaria –

Indagare le competenze agite durante le esperienze di volontariato e le motivazioni individuali che spingono all’impegno solidale. Questo l’obiettivo della ricerca “Noi+. Valorizza te stesso, valorizza il volontariato”, presentata a Roma, promossa dal Forum Terzo settore e dalla Caritas Italiana, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università di Roma Tre. Una ricerca che ha coinvolto circa 10mila volontari in tutta Italia. Quelle più “agite” sono quelle sociali (92,5%), che attengono all’empatia, alla capacità di comunicare in modo efficace e collaborare, seguite con l’86,9% dalla competenza di “apprendere ad apprendere” (intesa come capacità di imparare e sviluppare pensiero critico durante tutte le fasi della vita) e dalle competenze personali (come la capacità di gestire le proprie emozioni e di affrontare i cambiamenti) all’85%. Supera l’80% anche la competenza di cittadinanza, ovvero la capacità di agire da cittadini responsabili e partecipare pienamente alla vita civica e sociale. L’indagine rileva un divario di genere: in 9 tipologie di competenze su 11 sono le donne a prevalere, con una differenza che supera i dieci punti percentuali nelle competenze interculturali (+12,4% rispetto agli uomini) e in materia di consapevolezza ed espressione culturali (+10,7%). Fanno eccezione le competenze manageriali e di leadership e la competenza digitale. Per quanto riguarda la distribuzione per età, le competenze personali e sociali sono più presenti nei volontari tra i 18 e i 30 anni, mentre la capacità di apprendere è tipicamente associata ai 30-45enni. Le competenze di cittadinanza sono invece più riconosciute tra i 45-65enni. Per quanto riguarda le motivazioni che spingono a svolgere attività di volontariato emerge, oltre al contributo alla comunità (87,6%), altre motivazioni che includono l’arricchimento professionale (32,1%), la fede nella causa del gruppo (31,7%) e la volontà di rispondere ai bisogni urgenti della società (26,7%). Oltre la metà dei volontari (53,8%) ritiene che il proprio impegno abbia un forte impatto nel modificare la realtà, ad esempio rendendo migliori la cultura, gli stili relazionali, i modelli sociali e anche l’organizzazione dei servizi. Inoltre, più del 75% afferma che fare volontariato ha “cambiato profondamente il proprio modo di pensare, specialmente tra i giovani adulti”. I giovani volontari sono maggiormente convinti, rispetto alla media, che “fare volontariato contribuisca a cambiare la realtà” (+6,5%) e che “il volontariato cambi il loro modo di pensare” (+4,6%). “In un “periodo segnato – e spesso sconvolto – da profondi cambiamenti sociali, economici, politici e culturali, nel nostro Paese il ruolo del volontariato si conferma essenziale non solo per rispondere ai bisogni delle persone delle comunità, sopperendo in molti casi alle lacune del nostro sistema di welfare, ma anche per generare i nuovi legami sociali e attivare processi di cittadinanza attiva, contrastando in questo modo la diffusione, soprattutto tra i più giovani, di forme di solitudine, paura, e diffidenza verso l’altro”, sottolinea la ricerca che nasce dalla convinzione “condivisa” che “non solo il volontariato ha il merito di contribuire in maniera consistente e a indirizzare la nostra società verso maggiori inclusioni, solidarietà e giustizia sociali, ma rappresenta anche un importante contesto formativo, capace di generare saperi, abilità, atteggiamenti che sono sempre più centrali per affrontare le sfide di oggi”. (Agensir)
Raffaele Iaria
