Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

Il suo stile “inconfondibile e la sua innata eleganza continueranno a vivere nel tempo, immortali”. Così a Maison Valentino ricorda il fondatore scomparso ieri all’età di 93 anni. Con lui la moda italiana perde uno dei suoi padri più luminosi. Valentino Garavani, questo il suo nome ma per tutti semplicemente Valentino, è morto nella sua villa sull’Appia Antica, circondato da quella “family” che per decenni ha custodito la sua vita privata e professionale. Con lui scompare non solo un couturier, ma un’idea precisa di eleganza: assoluta, disciplinata, teatrale, irripetibile.

Valentino era nato a Voghera l’11 maggio 1932. Una città che lascia presto la provincia per inseguire un sogno che allora era forse irrangiungibile. A Parigi, negli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche, imparò la grammatica della couture: la costruzione perfetta, la severità del taglio, il rispetto quasi religioso per il dettaglio. Ma fu Roma, negli anni della Dolce Vita, a offrirgli il palcoscenico ideale. Nel 1959 aprì il suo primo atelier in via dei Condotti, e da quel momento la sua ascesa fu inarrestabile.

Il destino cambiò forma nel 1960, quando al Café de Paris incontrò Giancarlo Giammetti. Da quel momento, i due divennero inseparabili: amore, amicizia, strategia, visione. Valentino creava, Giammetti costruiva. Insieme fondarono un impero che avrebbe portato la moda italiana nel mondo, sfidando la supremazia francese e imponendo un nuovo linguaggio estetico.

Il successo internazionale arrivò nel 1962, con la sfilata alla Sala Bianca di Palazzo Pitti. Ma fu la White Collection del 1968 a consacrarlo definitivamente: una serie di abiti candidi, essenziali, quasi ascetici, in un’epoca dominata da psichedelia e ribellione. Jackie Kennedy, colpita da quella purezza, gli commissionò sei abiti per il periodo di lutto e, poco dopo, il celebre vestito da sposa per le nozze con Aristotele Onassis. Da quel momento, Valentino divenne lo stilista delle first lady, delle principesse, delle dive.

Il suo nome si legò indissolubilmente a un colore: il rosso Valentino, una tonalità vibrante, teatrale, che lui stesso raccontava di aver scoperto da ragazzo all’Opera di Barcellona, osservando una donna avvolta in un abito cremisi. Quel rosso, a metà tra il fuoco e la passione, divenne un marchio estetico, un codice riconoscibile ovunque. “Una donna vestita di rosso non sbaglia mai”, ripeteva.

Negli anni Settanta e Ottanta, mentre Roma attraversava tensioni politiche e sociali, Valentino continuava a difendere un’idea di bellezza come atto di resistenza. Le sue sfilate erano mondi paralleli, popolati da chiffon, sete, ricami, fiocchi, silhouette scolpite per esaltare la femminilità. Le sue muse erano icone: Liz Taylor, Sophia Loren, Marella Agnelli, Farah Diba, Audrey Hepburn, fino alle supermodelle degli anni Novanta. Otto attrici vinsero l’Oscar indossando un suo abito: un primato che nessun altro couturier può vantare.

Nel 2007, dopo 45 anni di carriera, Valentino decise di lasciare la direzione creativa della maison. Lo fece con una festa epica a Roma, tre giorni di celebrazioni culminati in una sfilata al Museo dell’Ara Pacis. Fu un addio teatrale, ma anche un gesto di lucidità: “Voglio lasciare la festa quando è ancora in corso”, disse. Da allora, si ritirò a una vita più privata, divisa tra Roma, Gstaad, Parigi e New York, circondato dai suoi amati carlini e da un patrimonio artistico straordinario.

Negli ultimi anni, la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti ha custodito la sua eredità culturale, trasformando Palazzo Mignanelli in un luogo di memoria e innovazione. Proprio lì, domani e giovedì, sarà allestita la camera ardente. I funerali si terranno venerdì nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.

La morte di Valentino arriva pochi mesi dopo quella di Giorgio Armani, segnando simbolicamente la fine di una generazione irripetibile: quella dei grandi maestri che hanno trasformato la moda italiana in un linguaggio globale. “L’Italia perde uno stilista capace di guardare oltre le convenzioni”, ha dichiarato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Una leggenda che continuerà a ispirare generazioni”, ha scritto la premier Meloni.

Valentino non era solo un couturier. Era un costruttore di sogni, un architetto del desiderio, un uomo che ha trasformato la bellezza in una missione. Il suo rosso continuerà a brillare, come una firma indelebile sulla storia della moda e soprattutto dell’Alta Moda che proprio in questi giorni “sfila” a Parigi. La notizia arriva mentre le sarte Valentino stanno terminando quegli abiti che avranno la loro maggiore “visibilità” proprio in questa sfilata, la prima senza Valentino il cui ricordo però è indelebile. “La sua vita – scrive la Maison – è stata un faro nella costante ricerca della bellezza, e guidati da questa stessa bellezza, continueremo a onorarlo nel ricordo più sentito”.