Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

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Raffaele Iaria –

La leggenda vuole Milone figlio di un semidio, la sua nascita preceduta da un inequivocabile segno divino: in una limpidissima giornata estiva una saetta abbatte una quercia dai cui rami si stacca un’aquila che sale sempre più in alto nel cielo fino ad oscurare il cielo.

          E’ la seconda metà del VI Secolo avanti Cristo, e Crotone è dominata da Pitagora e dalla sua scuola. Temuto più che amato, il filosofo governa duramente la città con le sue concezioni di vita spartane. Egli detesta il superfluo e condanna il lusso come un’offesa alla dignità umana e alla volontà degli dei. E’ quasi naturale che una tale concezione della vita, peraltro condivisa dai suoi concittadini,  lo porti in rotta con la vicina Sibari, la città di tutti i vizi e di ogni sregolatezza, dove si canta e si balla notte e giorno, dove donne e uomini usano i profumi migliori ed indossano gli abiti più belli, bevono i vini più prelibati e banchettano con ogni leccornia.

          E nel ristretto circolo di Pitagora entra Milone, un atleta la cui fama varca ormai i confini della stessa Magna Grecia: sei vittorie ad Olimpia, sei a Delfi, dieci ai giochi dell’Istmo.

           E’ il più famoso e celebrato atleta del momento, e non solo per il gran numero di vittorie, ma anche e soprattutto per i records che infrange uno dietro l’altro. E’ l’idolo dei giovani che si entusiasmano alle sue gesta, lo imitano nei gesti, nei modi, nell’abbigliamento (quanto è uguale, in fondo, questo mondo antico al nostro!). E’ un divo. Ed è subito strumentalizzato da Pitagora, che ne fa portavoce della sua scuola facendolo rapidamente approdare al partito aristocratico che, oltre ad essere quello dei benpensanti e dei ricchi, è anche, in quel momento, la fazione dominante in Crotone. Così Milone diventa il trait-d’union tra la scuola pitagorica e l’amministrazione di Crotone, dando concretezza operativa a quel pitagorismo reale che alle fine darà risultati tutt’altro che lusinghieri.

          Prende ad abitare in una casa modesta, come vuole il suo maestro, che diventa ben presto la succursale politica della scuola pitagorica. E’ il 510 avanti Cristo, un anno cruciale per la Magna Grecia. E’ la resa dei conti in campo aperto tra Crotone e Sibari, che la storia ufficiale, sempre alla ricerca di giustificazioni elevate per ogni fatto cruento, vuole generata da motivi ideologici, dallo scontro, cioè, tra due diverse mentalità, tra etiche opposte e morali contrapposte: da un lato Crotone la parca, modesta polis senza lussi, dall’altra Sibari, il cui nome stesso è diventato nei secoli sinonimo di vita dissoluta, di esistenza sfrenata, dedita al vizio.

          In realtà, come sempre, le cose stanno ben diversamente. A provocare la guerra tra le due città stato della Magna Grecia fu, molto più prosaicamente, il contrapporsi di due realtà economiche diverse e contrapposte. Sia Sibari che Crotone hanno porti molto efficienti da dove partono per  i mercati greci e medio-orientali i prodotti agricoli della Magna Grecia, e dove approdavano i manufatti provenienti dall’Asia Minore. E’ una guerra che cova a lungo sotto la cenere e scoppia soltanto quando una delle due parti, Crotone, riesce ad ultimare per prima la sua macchina bellica.

          E Milone è chiamato a comandare l’esercito, più per carisma che non per evidenti virtù militari. E lo dimostra la trovata, tramandata dalla storia non si sa con quale fondamento di verità, che vuole Milone neutralizzare la cavalleria di Sibari, il punto di forza dell’esercito della polis nemica, facendo suonare dai pifferai la musica con la quale i cavalli giostrano nei tornei. O l’altra ancora, che vuole Milone, vestito solo di una pelle di leone, incitare  la milizia nel corpo dopo che la cavalleria di Sibari è stata distrutta.

          Rimane comunque il  fatto della vittoria di Crotone su Sibari, che assume col tempo, il sapore amaro di una vittoria di Pirro ante litteram. Con il declino di Sibari, muta l’aspetto geopolitico dell’intera Magna Grecia. Il sorgere della potenza di Roma, il contemporaneo declino dell’Etruria verso la quale tanti traffici della Magna Grecia erano indirizzati, fanno cadere ben presto il mito di Crotone.

          Morto Pitagora, scemata la scuola pitagorica, decaduto il prestigio della polis, Milone si avvia verso un lento declino. Il mito, ancora una volta, lo vuole ucciso dalle belve, sbranato mentre tenta di schiantare un tronco e le mani gli restano intrappolate.

          Dameas ne tramanderà la figura ai posteri, immortalata nel marmo con un disco nella mano destra ed una melagrana nella sinistra, la prima in alto, la seconda in basso, specchio di un’epoca, di una mentalità, di tutto un mondo che la crescente potenza militare di Roma presto distruggerà.