Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

“Rabano è qui, e lucemi de lato il Calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato”.

Così definiva Dante Alighieri il monaco calabrese Gioacchino da Fiore, nella Divina Commedia, nel XII libro del Paradiso.

Di questo frate molto si è scritto e detto. Tutti sanno della gran mole di produzione scritta attribuitagli: Liber de concordia, Psalterium, Commento dell’Apocalisse, Liber Figuram, opere queste che si propongono di dare uno sguardo profondo e “diverso” su alcune problematiche teologiche come il dualismo religioso tra il bene e il male, l’interpretazione dei libri dell’Apocalisse, la valenza semantica di alcune immagini bibliche, la funzione e relativa collocazione gerarchica degli ordini religiosi. E proprio quest’ultimo punto creò i primi dissapori tra la Chiesa Ufficiale e Gioacchino, frate tutt’altro che remissivo e ligio pienamente al dovere.

Per ovvi motivi, in questa sede si vuole non analizzare specificatamente il pensiero teologico gioacchimita o gioacchiniano che dir si voglia, ma sottolineare che, se dal punto di vista compilativo l’intera opera del frate si presenta corredata da immagini, figure da immagini, figure, rappresentazioni grafiche ( i mezzi espressivi principali della realtà, in un periodo storico – basso medioevo – caratterizzato da un grado elevatissimo di analfabetismo), d’altro canto, non si possono non considerare i cardini della sua ispirazione: lo Scisma del 1130, la diffusione dell’Apocalisse, il monachesimo.

E’ noto il processo storico che sfociò nello Scisma del 1130 tra Anacleto II e Innocenzo II. Tale frattura all’interno della Chiesa, perdurante fino al 1139, ebbe grosse ripercussioni sul pensiero di Gioacchino, convinto assertore ( come dimostra tutta la sua produzione in generale e lo Psalterio in particolare) di un’idea di Chiesa unita e compatta nelle sue molteplici membra.

E’ altrettanto nota la definizione usuale del concetto di Apocalisse come continua venuta-rivelazione di Cristo “logos” sulla terra. Ma il fatto stesso che Gioacchino abbia voluto commentare i libri dell’Apocalisse, distanziandosi, a volte nettamente, dal testo originale (si noti la presenza della figura dell’Anticristo in Gioacchino laddove questo personaggio, sebbene traspaia, non compare materializzato nei libri dell’Apocalisse) e abbia voluto approntare una materia già di per sé stessa inequivocabile (per dirla con il Corsini o con un presbiterio della Chiesa medioevale quale Eusebio di Cesarea), è chiara testimonianza di come egli abbia cercato, in qualche modo, di divincolarsi da uno stato di fatto precostituito per lui inaccettabile.

L’ultimo punto, tanto caro a Gioacchino, che gli costò perfino l’allontanamento provvisorio dai cistercensi, è la sua concezione “eversiva” del monachesimo, della gerarchia degli ordini monastici e del rapporto tra questi e il clero secolare.

Originariamente basiliano, Gioacchino, più in là con il Tempo, si innamorò della regola cistercense di sanbernardiana memoria che, riprendendo l’esperienza dei cluniacensi, per quanto concerneva l’organizzazione gerarchica, se ne distaccava per ciò che riguardava la pratica di vita, molto più radicale nella ricerca della povertà e del lavoro manuale.

Irretito dall’impossibilità di poter diffondere il proprio credo religioso (era assolutamente vietato ai cistercensi e, generalmente, a tutti gli ordini monastici) e costretto a rompere con l’esperienza cistercense, Gioacchino “esiliò” nel monastero di Casamari nel Lazio, dove teorizzò un nuovo ordine, e non solo monastico, probabilmente il “florense” (rappresentata nella Tavola XII del Liber Figurarum e nel V° Liber de Concordia, quando si parla di sei specifiche mansioni per il clero secolare). Tale ordine nelle regole di vita pratica non trovava grosse divergenze con gli altri; al contrario, laddove spettava attribuire un ruolo specifico alla figura del monaco, ne conferiva grande prestigio, autorità e competenza teologica-speculativa.

Nel Liber Figuram l’ordine è rappresentato con una croce che sovrasta un doppio basamento. Il primo ospita i membri del clero secolare (canonici), l’altro contiene le famiglie dei laici.

Questi due gruppi, visti la distanza della croce, sembrano esclusi dall’ordine gioachimita. I monaci si trovano nella parte più alta della figura.

L’abate, al contempo capo della comunità monastica e direttore delle attività del complesso architettonico, posto al centro di quattro oratori, appare come l’elemento cardine, il trait-d’union tra le varie tipologie di monaci: robusti (martiri), anziani e cagionevoli di salute, monaci dediti alla preghiera e allo studio (santi dotti) e, infine, i monaci perfetti (santi e vergini).

La Tav. XII prefigura, quindi, l’unità delle componenti ecclesiali nella loro pur marcata eterogeneità. Con questo, se da un lato il frate di Celico lanciò un pesante monito alla Chiesa ufficiale, divisa da aspre lotte intestine (Guelfi e Ghibellini – Scisma 1130), dall’altro teorizzò certamente una supremazia degli ordini monastici – di fatto dediti a mansioni differenti, ma uniti nella figura del pater spiritualis – sul clero regolare e sul laicato, posto ai margini della figura stessa.

D’altro canto, l’onda lunga del riformismo gioacchimita investì positivamente l’impostazione degli ordini monastici successivi.

Chiaro esempio ne fu la regola francescana, la cui principale missione sarebbe stata successivamente quella di diffondere il Vangelo con la predicazione e l’esempio di vita.