Raffaele Iaria –
I fratelli Bandiera occupano da sempre un posto particolare nell’immaginario collettivo sul Risorgimento, benché il loro comportamento sia tutt’altro che limpido.
Nessuno ha mai spiegato con sufficiente chiarezza, nè, forse, mai lo potrà, per quale ragione i due fratelli, una volta sbarcati in Calabria, abbiano vestito l’uniforme austriaca con le varie decorazioni ricevute negli anni di servizio nella marina austriaca sul petto; per le medesime ragioni nessuno potrà mai spiegare con sufficiente chiarezza per quale motivo al processo di Cosenza l’avvocato Tommaso Ortale, dopo aver letto i verbali del primo interrogatorio, rifiuti di pronunciare l’arringa difensiva, e perché, infine, uscendo dal carcere di Sant’Agostino diretti al luogo dell’esecuzione nel Vallone di Rovito, camminino isolati dal gruppo degli altri condannati cosentini.
Sono domande che meritano comunque un tentativo di risposta. Che i due fratelli siano dei cospiratori, non vi sono dubbi. Che destabilizzino l’ordine costituito è altrettanto indubbio. Ma chi erano, dunque, i fratelli Bandiera?
Appartenenti ad una famiglia di provata fedeltà all’Impero Austro-Ungarico, figli di un alto ufficiale austriaco, quel barone Francesco Bandiera che nel 1831, in navigazione nell’Adriatico, scopre e cattura i patrioti italiani in fuga da Ancora, e di una Dama di Compagnia dell’imperatrice, nascono a Venezia e successivamente vengono educati nella rigida Accademia di Marina, dove Attilio (classe 1810), conquista i gradi di ufficiale nel 1828; Emilio, di nove anni più giovane, nel 1837. Sono quasi due lustri che contano e che danno al primogenito una più diffusa ed accettata credibilità, più che una maggiore esperienza.
Attilio viene subito impiegato al Ministero della Guerra, a Vienna, dove svolge, pare, incarichi di particolare riservatezza. Quando anche Emilio ottiene i gradi, i due fratelli, sfruttando anche le conoscenze della madre, iniziano a viaggiare, prima nel Mediterraneo, poi nell’Atlantico, impegnati in missioni diplomatiche che li porteranno infine negli Stati Uniti, dove, a New York avviene l’incontro, non si sa bene da parte di quale dei due fratelli, ma forse tutt’e due, con Pietro Maroncelli.
Più tardi, rientrati in Italia, fonderanno la società Esperia che non viene però accettata dalla Giovane Italia, quasi che qualcuno sospettasse che i due giovani sono in realtà spie al servizio dell’Austria. Ma forse non al servizio dell’Austria i due erano, ma, più ragionevolmente anche se di primo acchito incredibilmente, a quello di un corpo senza più testa: la Repubblica di Venezia, che cerca disperatamente di risorgere dalle ceneri in cui l’ha gettata Napoleone meno di cinquantanni prima regalandola all’Austria col trattato di Campoformido. L’occupazione austriaca non ha mai sopito il fuoco libertario che anima i veneziani, ma Venezia sa anche che le condizioni storiche non permettono soluzioni diverse che non siano quelle di un maggiore peso, e di una diversa dignità, all’interno di quel vasto coacervo di popoli che è l’impero Austro-Ungarico. Da qui, dunque, la necessità di una “conquista” che dimostri la nuova forza militare acquisita da Venezia.
In quest’ottica appare comprensibile come, nel febbraio del 1844, e cioè a pochi mesi dallo sciagurato sbarco in Calabria, i fratelli vengano accusasti di cospirazione della componente veneta della flotta imperiale. I due fratelli sono costretti a fuggire, e le vie dell’esilio li porteranno ad incontrarsi entrambi a Corfù, dove progettano insieme, raggiunti dalla notizia della presenza di bande armate sull’Appennino calabrese, residuo dell’insurrezione di Cosenza, lo sbarco funesto, dopo avere abbandonato l’idea di un’azione sulle coste del salernitano.
Benché Mazzini da Londra sconsigli e scoraggi con ogni forza ogni azione in questo senso, la notte tra il 12 ed il 13 giugno 1844 i due fratelli con pochi altri lasciano Corfù per approdare, quattro giorni più tardi, alle foci del Neto con l’intenzione di sollevare Cosenza.
L’impatto è disastroso. Nessuno ha intenzione di sollevarsi. Cominciano le diserzioni. Forse qualcuno dei compagni di viaggio dei fratelli sono spie al soldo degli austriaci. Gruppi di “urbani” e di contadini bloccano il gruppo dopo un breve scontro a fuoco nei pressi di San Giovanni in Fiore.
Il processo, che i libri scolastici italiani definiscono “sommario”, si tiene a Cosenza, tra il 15 ed il 24 luglio. Attilio Bandiera scrive tre lettere a Ferdinando II dalla prigionia, con le quali rinnova la sua lealtà alla casa di Borbone ed invoca pietà e perdono. Ed è qui che Tommaso Ortale rinuncia alla difesa che viene assunta dall’avvocato Cesare Marini, che esordisce dicendo, quasi a voler prendere le distanze dai personaggi della vicenda, di essere stato imposto come difensore d’ufficio. La Corte, composta esclusivamente da militari, condanna tutti alla fucilazione ad eccezione di tal Pietro Boccheciampe, uno dei disertori che hanno abbandonato il gruppo subito dopo lo sbarco non si sa se per tradire o per trattare la resa. Poi la scarica di fucileria al vallone di Rovito.
