Raffaele Iaria –
Ventitré donne: dieci religiose e tredici laiche, selezionate secondo criteri di internazionalità e
rappresentanza. È questo il gruppo che, per la prima volta nella storia, portò la voce femminile
dentro uno degli eventi più decisivi della Chiesa contemporanea: il Concilio Vaticano II. Tra loro,
una figura italiana di primo piano: la laica calabrese, originaria di Longobardi, Alda Miceli,
protagonista del laicato cattolico e impegnata nel rinnovamento ecclesiale e sociale.
La svolta delle donne al Concilio arrivò con Paolo VI, che raccolse la provocazione del cardinale
Léon-Joseph Suenens: “Dov’è l’altra metà della Chiesa?”. Una domanda che mise a nudo l’assenza
femminile in un’assemblea chiamata a leggere i segni dei tempi. L’8 settembre 1964, a Castel
Gandolfo, il Papa annunciò ufficialmente l’ingresso delle uditrici: “Porgiamo un saluto agli Uditori
qui presenti, di Cui ci sono notissimi i nobili sentimenti e i meriti insigni. Così con gioia salutiamo
insieme le Nostre amate figli in Cristo, cioè le cosiddette donne Uditrici, alle quali per la prima
volta è stata data la facoltà di partecipare ad alcune adunanze del Concilio. Tutti quanti, tanto gli
Uditori che le Uditrici, da questo accesso al Concilio a loro accordato possono senza dubbio capire
con quale animo paterno guardiamo a tutte le classi del popolo di Dio e quanto desideriamo dare
alla società cristiana un’abbondanza sempre maggiore di concordia, di mutua armonia e di azione”.
Le donne, però, non erano ancora arrivate: la prima, Marie-Louise Monnet, giunse solo il 25
settembre.
Pur senza diritto di parola né di voto, le uditrici non si limitarono a un ruolo simbolico.
Parteciparono ai lavori delle commissioni, contribuendo alla stesura di documenti chiave come
Lumen gentium e Gaudium et spes, dove prese forma una nuova visione dell’essere umano, fondata
sull’unità uomo-donna come “persona umana” e sull’“uguaglianza fondamentale” dei due sessi.
Emblematica la posizione di Rosemary Goldie, che ricordò ai teologi che le donne “vogliono dalla
Chiesa essere riconosciute come persone pienamente umane”.

In questo contesto si inserisce la testimonianza di Alda Miceli, allora presidente del Centro Italiano
Femminile. La sua nomina, ricevuta il 22 settembre 1964 mentre si trovava in Terra Santa, la colse
di sorpresa, ma l’esperienza conciliare fu per lei “quanto mai arricchente”. Ogni sera partecipava
alle riunioni a Palazzo Torlonia, dove uditori e uditrici preparavano contributi e riflettevano sui testi
in discussione. Ricordava il dialogo con molti vescovi, interessati al punto di vista dei laici. Tra gli
incontri più significativi, quello con Roger Schutz, fondatore della comunità di Taizè, che coinvolse
le uditrici nella lettura del Vangelo e nella preghiera. Miceli promosse anche momenti di confronto,
come l’incontro dell’11 novembre 1964 con le religiose uditrici, alla presenza del vescovo Emilio
Guano. Fu profondamente toccata dalla proclamazione di Maria “Madre della Chiesa”, il 21
novembre 1964.
L’esperienza conciliare segnò il suo percorso: dopo il Vaticano II entrò nella commissione pontificia
per il laicato, assumendo incarichi di rilievo nazionale e internazionale. La sua storia – dalla guida
dell’Azione Cattolica e del Centro Italiano Femminile all’impegno per la democrazia – testimonia
una visione della Chiesa fondata sulla corresponsabilità. Non a caso L’Osservatore Romano, dopo
la sua morte, scrisse che “Dopo Armida Barelli, Alda Miceli fu la figura femminile più
rappresentativa della storia del laicato cattolico italiano del XX secolo”.

