Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

Raffaele Iaria –

La Settimana Santa rappresenta, per il mondo cristiano, il cuore pulsante dell’anno liturgico: un tempo denso di memoria, simboli e gesti che attraversano i secoli e continuano a parlare alle comunità di oggi. Il cammino verso la Pasqua si apre con la Domenica delle Palme, che ricorda l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme prima della sua Passione e morte in Croce.

La Calabria conserva, forse più di altre regioni italiane, un patrimonio rituale legato a questo “tempo forte” della Chiesa, un patrimonio che affonda le sue radici nella storia e nella pietà popolare. La regione ha sviluppato una spiritualità intensa, fatta di gesti semplici e profondi, capaci di unire liturgia e tradizione, fede e identità.

Già nei primi secoli del cristianesimo la processione delle Palme era un momento centrale della liturgia. La pellegrina Egeria, nel IV secolo, descriveva così la celebrazione a Gerusalemme: “Si legge il passo del Vangelo dove i fanciulli con rami e palme andarono incontro al Signore dicendo: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’”.

Questa immagine, giunta fino a noi attraverso i secoli, ha trovato in Calabria una delle sue espressioni più vive. Qui la benedizione dei rami – spesso non palme, ma ulivi intrecciati – è diventata un gesto identitario: un segno di protezione per la casa, un simbolo di pace e di speranza. In molte comunità i rami benedetti venivano conservati per un anno intero, posti dietro le immagini sacre o appesi alle porte. In alcune zone, come ricorda lo storico mons. Luigi Renzo, “le palme benedette si portano in chiesa per la benedizione degli animali”.

Ogni provincia calabrese custodisce riti propri, spesso legati alla storia delle confraternite, ai culti locali e alle influenze culturali che nei secoli hanno attraversato la regione. La Settimana Santa diventa così un mosaico di tradizioni, diverse ma accomunate da una forte intensità emotiva.

A Scala Coeli, piccolo centro del basso Ionio cosentino, i primi giorni della settimana sono dedicati alla pulizia delle case e alla preparazione dei dolci pasquali: a cullura cu ’ri passuli, ripiena di uva passa, e u’ puccellatu, una ciambella arricchita di uova. In chiesa, per quaranta ore, veniva esposta l’urna sepolcrale, meta di fedeli e autorità civili e militari.

La mattina del Giovedì Santo i ragazzi percorrevano le vie del paese con le “toc-toc”, strumenti lignei che sostituivano le campane legate in segno di lutto. Il giro veniva ripetuto a mezzogiorno e prima di ogni funzione. Nel pomeriggio, nella chiesa matrice di Santa Maria Assunta, si celebrava la Cena del Signore.

Il Venerdì Santo è ancora oggi ricordato con una solenne processione, tra le più suggestive del circondario: l’Addolorata percorre le strade del paese alla ricerca del “Divin Figliolo”, seguita da un popolo che piange, prega e intona antichi inni sacri, alcuni in latino, altri in vernacolo. Le donne, soprattutto, cantano a più voci laudi antichissime in cui dialetto e lingua si intrecciano. Al termine, la statua dell’Addolorata rientra in chiesa.

La notte del Sabato Santo le campane si sciolgono, annunciando la Risurrezione, e la comunità celebra la liturgia pasquale. Incontrandosi per strada, ci si scambia gli auguri: un tempo, chi serbava rancore approfittava di questo giorno per riconciliarsi.

Fin dall’antichità la Chiesa ha riconosciuto nella Settimana che precede la Pasqua un momento privilegiato per rivivere gli ultimi giorni della vita terrena di Cristo. Le fonti più antiche distinguono già i giorni iniziali dagli ultimi tre, che la tradizione ha definito “triduo pasquale”: l’Ultima Cena, la Passione, la morte e la Risurrezione del Signore.

Un antico detto popolare riassume così il ritmo di questi giorni: “Lu marti fannu la passju a lu cantu, lu merculi la santa corantana. Lu jovi si farà lu Cristu santu, lu vennari è di lignu la campana. Lu sabatu Maria jetta lu mantu, e dumìnica Cristu ’ncielu ’nchiana”.

Questi versi, tramandati oralmente, raccontano una settimana vissuta giorno per giorno. La poesia popolare non descrive solo riti, ma restituisce un clima: l’attesa, la partecipazione, la pietà semplice e profonda delle comunità rurali, almeno una volta. Oggi lo spopolamento ha “spopolato” anche la tradizione.