Raffaele Iaria –
La storia dei Valdesi in Calabria è una pagina che merita di essere conosciuta dagli italiani per il fervido spirito religioso che animava quel popolo, motivo di lotte e di martiri atroci.
Non si hanno notizie sicure riguardo il loro arrivo nella nostra terra e contraddittori sono alcuni elementi in nostro possesso. Pare che il primo nucleo vi si sia trasferito sulla fine del XIII secolo per opera di un nobile lombardo, un certo Del Poggio, che li avrebbe accolti nel feudo di Fuscaldo a lui dato da Carlo I d’Angiò.
C’è però chi fa risalire la loro venuta intorno al 1240, con un privilegio di Federico II; chi nel 1497 sotto Federico II d’Aragona, ma l’immigrazione più numerosa si verifica comunque intorno alla prima metà del XIV secolo, tra il 1315 e il 1340 per motivi che sarebbero per alcuni religiosi (sfuggire alle persecuzioni), per altri economici (mancanza di lavoro), per molti altri entrambi. Qualunque siano i motivi, però, i Valdesi aumentarono sempre di più e fu necessario occupare altre terre, prime fra tutte Montalto. Successivamente si estesero nel Casale di San Sisto, in Vaccarizzo, San Vincenzo, Guardia Lombarda (oggi Guardia Piemontese).
Le conseguenze positive del loro insediamento furono rilevanti: le montagne si popolarono di bestiame, le valli si cosparsero di biada e le colline si riempirono di vigne. I Valdesi erano infatti formidabili lavoratori. Una parte di essi si occupava di commercio, di trasporti, di mercanzie della conciatura delle pelli e molti altri erano dediti alla coltivazione del baco da seta (che a San Sisto durò fino al 1930) e ai lavori dei campi.
Paragonata alla sorte dei fratelli rimasti nelle materne valli, la sorte dei Valdesi di Calabria fu lieta e raramente essi soffrirono durante i primi due secoli e mez[C1] zo della loro permanenza nella terra di Calabria. Tutto questo perché vivevano tra genti con le quali non potevano avere rapporti stretti e perché si comportavano bene, pagando regolarmente le decime e confondendosi con i cattolici nelle manifestazioni religiose. Essi frequentavano addirittura la Chiesa e facevano battezzare i loro figli da sacerdoti cattolici. Fu proprio per tale atteggiamento che per molto tempo essi non furono scoperti come eretici e poterono vivere una vita tranquilla. I Valdesi vissero anche tranquilli perché i signori locali in tutt’altri affari affacendati (principalmente in lotte e tumulti politici per interesse) chiudevano un occhio sulle credenze religiose dei loro coloni. Per di più l’esistenza in solitudine sui monti, nei campi e nei villaggi di una esigua e tranquilla popolazione non poteva attirare l’attenzione dei principi locali.
Non tutto filò però liscio in questi due secoli e mezzo: già a partire dalla metà del XIV secolo i Valdesi presero ad essere molestati dalla presenza di inquisitori mandati da Innocenzo VI e molti di essi furono processati e giustiziati.
In generale non si hanno altre notizie sulla loro attività eretica ed il lungo silenzio ci fa accettare l’opinione che essi, pur conservando la loro fede non si curavano di diffonderla perché ricordavano le terribili sofferenze subite dai loro padri nelle terre d’origine.
Questa situazione perdurò sino al XVI secolo, quando i Valdesi iniziarono una nuova attività, confondendo la loro azione con il movimento della Riforma credendo che fosse giunto il momento di confessare apertamente il loro culto.
La Chiesa reagì alla diffusione dell’eresia valdese col Tribunale dell’Inquisizione che nel frattempo era venuto a costituirsi a Cosenza. In quei mesi imperversava nella nostra regione, con una violenza più impressionante del consueto, anche il brigantaggio e la stregoneria. Le precauzioni da prendere erano, dunque, pure di natura politica. Furono emessi Istruzioni ed Ordini, fu formata una Commissione con l’Ordine di procedere contro eretici, fanatici e malfattori, ma i risultati non furono positivi; così l’autorità civile passò alle minacce.
I Valdesi si ritirarono nei boschi, nelle montagne vicine e l’Inquisizione iniziò il periodo del terrore con gravi conseguenze sulla cultura mentre molti furono gli uomini valdesi incarcerati e sottoposti a torture atroci, rinchiusi in orribili carceri, in umidi sotterranei. Le molte condanne aggravarono definitivamente la situazione: stava ormai per scoccare l’ultima ora dei valdesi di San Sisto ad opera di Marino Caracciolo, Governatore della Calabria per incarico della corte di Madrid.
Gli insorti furono sbaragliati, parecchi uccisi e altri dispersi. Vi fu pure una fuga generale di tutti coloro che erano rimasti. Le case furono saccheggiate e bruciate. Non si mancò di dare la caccia ai fuggitivi nei boschi servendosi perfino di cani da guardia i quali erano capaci di scovare chi si era nascosto anche sugli alberi.
Alcuni fuggitivi sfiniti per le fatiche e per la fame, furono presi alla spicciolata o a piccole frotte dagli abitanti dei paesi vicini. Erano state messe pure delle taglie: 10 ducati per ogni valdese catturato o per chiunque veniva spontaneamente. A questi ultimi non vennero però riservati trattamenti speciali in quanto, una volta tornati, ebbero a sottostare ad una condanna con la confisca dei beni. Molti dovettero, con processi e torture, dar conto in Cosenza della loro vita passata, e quasi tutti costoro furono condotti a Montalto, in piazza Mercato, davanti alla Chiesa di San Francesco, da poco inaugurata (1559), e condannati alla galera.
A Montalto vi fu un autentico eccidio, ultimo, funesto capitolo di questa storia crudele: si parla di uno spettacolo orrendo per la brutalità delle operazioni di tortura e morte alle quali non vennero risparmiate nemmeno le donne. I condannati furono arsi vivi, sgozzati, squartati, gettati sui carri e infine appesi ai crocicchi delle strade. La storia ci ha tramandato pure il nome del boia: si chiamava Pirro Antonio Paura.
In poco tempo le colonie valdesi oltre l’Appennino di Montalto furono sterminate. Di Vaccarizzo, San Vincenzo e le altre non rimasero che macerie e non si sentì più parlare dei calabro-valdesi. Molti si rifugiarono a Ginevra, e non furono pochi quelli che, successivamente, tornarono ad abitare pacificamente i casali prima occupati.
Nel 1562 in Calabria regnava già la parte religiosa e i valdesi divennero cattolici, ritornando a vivere le loro tranquilla vita da campi. Solo un piccolo numero rimase nella città di Cosenza dove nei secoli successivi fu istituita una piccola chiesa valdese nei pressi dell’attuale piazza Fera.
Vi fu qualche altra condanna a morte a Cosenza nel periodo 1594-1600 ma si trattò comunque solamente di casi sporadici.
Delle vicende dei valdesi, a Guardia Piemontese, resta traccia solo nel nome di una piazza detta “Piazza Chiesa Valdese” e a San Sisto nel nome del paese: San Sisto dei Valdesi.
