Raffaele Iaria –
Ottant’anni fa, in un’Italia ancora segnata dalle ferite della guerra, si consumò un gesto destinato a diventare una tradizione istituzionale. E’ il 31 luglio 1946: quel giorno, in un’Italia ancora stordita dalla guerra e dalla fine della monarchia, il Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, venne ricevuto da Papa Pio XII. Nessuno immaginava che quel gesto avrebbe inaugurato una tradizione destinata a durare fino ad oggi.
L’Italia era un cantiere aperto. Le macerie non erano solo nelle strade: erano nella politica, nella società, nella coscienza collettiva. De Nicola, giurista riservato e di poche parole, rappresentava una Repubblica che non aveva ancora una Costituzione, né un’identità definita. Eppure, proprio per questo, il suo ingresso nel Palazzo Apostolico aveva un valore simbolico enorme: la nuova Italia si presentava alla Chiesa non come antagonista, ma come interlocutore.
Pio XII lo accolse con un discorso che colpì per la sua lucidità. Parlò di una “nuova era” che stava sorgendo in Europa, di un mondo che cambiava assetto e di un’Italia collocata in una posizione delicata, “fra Oriente e Occidente”. Era un modo elegante per dire che la giovane Repubblica avrebbe presto dovuto muoversi in un contesto internazionale complesso, quello che di lì a poco sarebbe diventato la Guerra Fredda.
Una curiosità: De Nicola non pronunciò alcun discorso. La prassi dell’epoca prevedeva che il Capo dello Stato non rispondesse al Papa. Così, l’unica voce ufficiale conservata è quella di Pio XII. Eppure, gli osservatori notarono un dettaglio: il Papa si rivolse a De Nicola con un tono insolitamente affettuoso, segno che la Santa Sede aveva compreso la delicatezza del momento storico.
Il Pontefice richiamò anche i Patti Lateranensi, confermandone la validità nel nuovo contesto repubblicano. Un passaggio tutt’altro che scontato: molti si chiedevano se la fine della monarchia avrebbe rimesso in discussione gli accordi del 1929. Pio XII fugò ogni dubbio, contribuendo a stabilizzare i rapporti tra Stato e Chiesa in una fase di grande incertezza.
Da quel primo incontro nacque una consuetudine che, negli anni, avrebbe assunto significati diversi. Con Luigi Einaudi, il primo Presidente eletto secondo la Costituzione, il dialogo si spostò sul terreno della ricostruzione morale ed economica. Una curiosità poco nota: Einaudi, economista rigoroso, arrivò in Vaticano con un seguito ridotto al minimo, sostenendo che “la sobrietà è la prima forma di rispetto istituzionale”. Pio XII apprezzò molto quel gesto.
Con Giovanni Gronchi, nel 1955, il clima era completamente cambiato. L’Italia correva verso il boom economico, l’Europa muoveva i primi passi verso l’integrazione, la società si trasformava. In quell’occasione, per la prima volta, il Presidente ebbe un colloquio riservato con la Segreteria di Stato: un segnale della crescente complessità dei rapporti tra le due istituzioni.
Gronchi e Pio XII si erano già incontrati in forma privata poche settimane prima dell’udienza ufficiale, grazie alla mediazione di un gesuita, padre Virgilio Rotondi. Un dettaglio che rivela quanto il dialogo tra Quirinale e Vaticano fosse ormai diventato parte della diplomazia italiana.
Tra le tante pagine del dialogo tra Quirinale e Vaticano, ce n’è una che non assomiglia a nessun’altra: quella dell’amicizia sincera e spontanea tra Sandro Pertini e Papa Giovanni Paolo II.
Pertini, Presidente dal 1978 al 1985, era un uomo diretto, schietto, allergico alle formalità. Giovanni Paolo II, eletto nel 1978, portava al pontificato un’energia nuova, un carisma fuori dal comune. Quando si incontrarono, nacque qualcosa di inatteso: una simpatia reciproca che superava i protocolli.
Una curiosità celebre: durante un’udienza privata, Pertini raccontò al Papa un episodio della sua vita da antifascista. Giovanni Paolo II lo ascoltò con attenzione, poi gli disse: “Lei ha sofferto molto per la libertà”. Pertini, commosso, rispose: “Santità, la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale solo quando comincia a mancare”.
Un’altra scena rimasta nella memoria collettiva è quella del volo verso il Messico nel 1979, quando Pertini e Giovanni Paolo II viaggiarono insieme. Durante il viaggio, i due si scambiarono battute, ricordi, perfino qualche risata. I giornalisti presenti raccontarono che sembravano due vecchi amici più che due capi di istituzioni.
Quell’amicizia contribuì a rendere più umano il rapporto tra Stato e Chiesa, mostrando che, oltre ai protocolli, esisteva anche la possibilità di un dialogo personale, autentico, capace di avvicinare le istituzioni ai cittadini.
Oggi, ottant’anni dopo quel primo incontro del 1946 appare come l’inizio di una storia parallela: la storia di due istituzioni che, pur diverse per natura e missione, hanno imparato a parlarsi nei momenti decisivi della vita del Paese. Da De Nicola a Mattarella, passando per Pertini, Ciampi e Napolitano, ogni Presidente ha portato al Papa le sfide del proprio tempo; ogni Pontefice ha offerto una lettura morale e spirituale dei cambiamenti in corso.
Il filo che unisce Quirinale e Vaticano non è mai stato un vincolo, ma un ponte. Un ponte discreto, talvolta silenzioso, ma sempre presente. E forse è proprio questa continuità – fatta di gesti, parole, incontri e qualche curiosità nascosta – a raccontare meglio di ogni discorso la storia della Repubblica italiana.
Questi ott’anni sono raccontati, per il Sir, nella serie podcast “Il Colle e la Cupola – Ottant’anni di dialogo tra i Presidenti della Repubblica e i Pontefici” (https://www.spreaker.com/podcast/il-colle-e-la-cupola–7221175). A realizzarlo tre giornalisti del SIR, Alberto Baviera, Marco Calvarese e Raffaele Iaria
