Raffaele Iaria

giornalista e scrittore

di MARINA RIZZO

STABAT Mater dolorósa iuxta crucem lacrimósa, dum pendébat Fílius /Stava la Madre addolorata ai piedi della croce, dalla quale pendeva il Figlio. Maria è madre, Maria è umana. La fragilità della sua condizione terrena non la ostacola nella sopportazione del più grande dolore che il suo ruolo, quello di madre, potrebbe sopportare, ovvero la morte del figlio. Nella settimana santa la Vergine partecipa, in tutte le rappresentazioni del dolore, della passione di Cristo (con lui percorre la via della Croce, ascende al Calvario) al sacrificio del Figlio di Dio pur rimanendo egli stesso il suo di figlio. Mater dolorosa, a lutto vestita, la quale accetta, ma dall’inizio comprende, la necessità del sacrificio del Messia, ne condivide la sofferenza, partecipa al sacrifico in virtù della Salvezza. Maria non si sottrae al dolore, lo vive, e ridurre la sopportazione a un semplice atto di ubbidienza al divino svaluterebbe il senso della compartecipazione. Attraverso il dolore, e soprattutto attraverso l’accettazione dello stesso, si permette alla volontà del Signore d’esser compiuta, uno stato delle cose viene superato e sostituito. Ed Eraclito ci aveva visto giusto: il male e il bene esistono per l’uo mo, ma per gli Dei il giorno e la notte sono la stessa cosa. Maria Addolorata, Maria Dolorosa, Madonna Addolorata, L’Addolorata oppure Madonna dei sette dolori diversi sono gli appellativi della mater dolorosa la cui devozione trae origine dai passi del Vangelo. «Nel secolo XV si ebbero le prime celebrazioni liturgiche sulla “com passione di Maria” ai piedi della Croce, collocate nel tempo di Passione. A metà del secolo XIII, nel 1233, sorse a Firenze l’Ordine dei frati “Servi di Maria”, fondato dai Ss. Sette Fondatori e ispirato dalla Vergine. L’Ordine che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolora ta; il 9 giugno del 1668, la Sacra Congregazione dei Riti permetteva all’Ordine di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine, facendo menzione nel decreto che i Frati dei Servi, portavano l’abito nero in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio. Successivamente, papa Innocenzo XII, il 9 agosto 1692 autorizzò la celebrazione dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre. Ma la celebrazione ebbe ancora delle tappe, man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme e papa Pio VII, il 18 settembre 1814 estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano. Infine papa Pio X (1904-1914), fissò la data definitiva del 15 settembre, subito dopo la celebrazione dell’Esaltazione della Croce (14 settembre), con memoria non più dei “Sette Dolori”, ma più opportunamente come “Beata Vergine Maria Addolorata”. I Sette Dolori di Maria, corrispondono ad altrettanti episodi narrati nel Vangelo: 1) La profezia dell’anziano Simeone, quando Gesù fu portato al Tempio “E anche a te una spada trafiggerà l’anima”; 2) La Sacra Famiglia è costretta a fuggire in Egitto “Giuseppe destatosi, prese con sé il Bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto”; 3) Il ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio a Gerusalemme “Tuo padre ed io angosciati ti cercavamo”; 4) Maria addolorata, incontra Gesù che porta la croce sulla via del Calvario; 5) La Madonna ai piedi della Croce in piena adesione alla volontà di Dio, partecipa alle sofferenze del Figlio crocifisso e morente; 6) Maria accoglie tra le sue braccia il Figlio morto deposto dalla Croce; 7) Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù, in attesa della risurrezione. La liturgia e la devozione hanno compilato anche le Litanie dell’Addolorata, ove la Vergine è implorata in tutte le necessità, riconoscendole tutti i titoli e meriti della sua personale sofferenza. La tradizione popolare ha identificato la meditazione dei Sette Dolori, nella pia pratica della ‘Via Matris’, che al pari della Via Crucis, ripercorre le tappe storiche delle sofferenze di Maria e sempre più numerosi sorgono questi itinerari penitenziali, specie in prossimità di Santuari Mariani, rappresentati con sculture, ceramiche, gruppi lignei, affreschi. Le processioni penitenziali, tipiche del periodo della Passione di Cristo, comprendono anche la figura della Madre dolorosa che segue il Figlio morto, l’incontro sulla salita del Calvario, Maria posta ai piedi del Crocifisso” (Raffaele Iaria. Famiglia Cristiana)». I simboli più comuni della Mater Dolorosa sono: le spade, una/cinque o sette, conficcate nel cuore a volte evidenziato con sopra una fiamma; il fazzoletto bianco in mano; il vestito nero o viola del lutto; il volto ovale, inclinato e rivolto al cielo, caratterizzato da occhi grandi e bocca piccola dalla quale si intravede la dentatura; mani giunte con dita intrecciate. Può essere rappresentata con in mano una corona di spine, il viso della Vergine potrebbe anche essere solcato da lacrime. A Cinquefrondi, nella Piana di Gioia Tauro, la statua dell’Addolorata appartiene alla chiesa del Carmine. « Viene custodita- spiega Marco Massara Ferrari, membro della confraternita Monte Carmelo di Cinquefrondidall’Arciconfraternita “Nostra Signora di Monte Carmelo”. Si tratta di un manichino di inizio settecento e, al seguito dell’ultimo lavoro di pulitura e restauro avvenuto nel 2020, attraverso la rimozione dei diversi strati di vernice sovrapposta sulle mani della statua, si sono evidenziati i seguenti particolari. La rimozione della vernice in prossimità delle falangi ha dimostrato che le dita erano originariamente aperte e sono state in seguito tagliate e chiuse. Inoltre, al centro della mano, si è ravvisato il foro di un chiodo, chiodo che tipicamente nelle statue settecentesche della Vergine era adoperato per sorreggere il bambinello. La mano destra, invece, risultava aperta, mentre la rimozione della vernice in prossimità dell’indice, così come per la mano sinistra, evidenziava che il dito risultava in origine chiuso. Questo è compatibile con il fatto che potesse mantenere l’abitino carmelitano. Alla luce di queste evidenze in sede di restauro, dall’antichità della statua, dall’antecedenza rispetto all’at tuale statua lignea della Madonna del Carmine (Vincenzo Scrivo, Serra, 1798) nonchè da alcuni verbali confraternali del 1778, nei quali si fa menzione di “spese per parrucche per Madonne e Bambino”, ed essendo l’attuale statua del Carmine del 1798 appunto, può ragionevolmente e verosimilmente concludersi che l’attuale Madonna Addolorata fosse in realtà, in antico, la prima Madonna del Carmine. L’attuale vestito della Madonna è opera del cav. Giuseppe Zappia e risale 2017/2018. La Madonna Addolorata, prima della riforma liturgica della settimana santa ad opera dell’Augusto Pontefice Pio XII del 16 novembre 1955 usciva: il Giovedì Santo la Vergine visitava i Sepolcri ed entrava nelle varie chiese del paese quindi rientrava per la “chiamata”, i confratelli uscivano poi in visita ai Sepolcri. Si trattava della processione in assoluto più attenzionata . Dai registri arciconfraternali si registra che, essendo la processione su incanto, le somme offerte per portare la statua erano in assoluto le più cospicue. Tradizionalmente era in occasione della visita ai sepolcri che uscivano “i zziti novi”, cioè i giovani che avevano ufficializzato presso le rispettive famiglie di appartenenza, l’unione in fidanzamento; il Venerdì Santo la statua dell’Addolorata accompagnava il Cristo Morto e la “schiovata” (de posizione). In seguito alla riforma di Pio XII la Madonna Addolorata compie oggi le seguenti uscite: la mattina del venerdì santo, insieme ai “mi steri” e al Cristo Morto e la sera del venerdì santo, insieme al Cristo Morto (in seguito all’ultima riforma del vescovo Milito). La Madonna rimane esposta su un grande palco che funge da teatro alla “Agonia”, funzione sacra consistente nel panegirico sulle ultime sette parole di Nostro Signore Gesù Cristo in croce, intervallata dalle arie sacre composte da Michele Valensise e Carlo Creazzo, che sin dall’800, ancora oggi vengono eseguite nella chiesa del Carmine il venerdì santo. La Madonna è protagonista anche della celeberrima “Affruntata”, che rievoca l’incon tro tra il Redivivo e la Madre. In questa occasione, però, non è la sopra descritta statua ad uscire bensì la Madonna dell’Affrontata , una statua di Maria ammantata di una coltre nera, che viene però dispiegata e lascia spazio a un regale abito ceruleo rosa antico di indicibile bellezza». A Cinquefrondi, dopo la statua del Carmine, famosa è la Madonna Addolorata della famiglia Ferrari, dono del teologo padre Giacomo Ferrari alla nipote, la monaca Angelina Ferrari. In merito notizie ci dà lo stesso Marco Massara Ferrari, capofamiglia che attualmente custodisce la statua nella cappella privata ubicata nell’antico palazzo familiare, cappella istituita con chirografo di papa Leone XIII che dava licenza al padre di Giacomo di celebrare in oratorio domestico. «Si tratta – spiega Marco Massaraanche in questo caso, di un manichino ligneo vestito, di pregiata fattura e di scuola napoletana, risalente al 1902. Altezza naturale,il volto sofferente della Madonna, con i chiaroscuri dell’incarnato, lascia però spazio alla speranza, che nella Madre di Dio rimase sempre intatta nonostante il dolore lancinante che le trafisse il cuore, come si vede dagli occhi, che dimostrano uno sguardo rivolto al cielo. Questa statua veniva utilizzata in chiesa durante la Novena prima che la chiesa Matrice ne acquistasse un’altra negli anni ‘90 ». (Maria Rizzo – Quotidiano del Sud – 18 aprile 2025)